L’ astuzia ed il coraggio dei fraticelli di Borgo.

Il Maggior Generale Augusto Ferdinando Pinelli, comandante della famigerata ” Colonna Mobile ” di repressione degli Abruzzi e dell’ ascolano nel 1861, non aveva pietà . In un suo proclama saraceno, che fece scaturire la protesta di mezza Europa, per il quale l’ Alto Comando Militare Piemontese lo dovette rimuovere temporaneamente dall’ incarico, egli comandava : ” … Correte a snidare i nemici che si annidano tra i monti, contro tali nemici la pietà è un delitto. Noi li annienteremo, li schiacceremo, il Sacerdotal-Vampiro che colle zozze labbra succhia da secoli il sangue della Madre Nostra; purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’ immonda sua bara … ” Egli mandò nei primi mesi del 1861, quando era già stata proclamata l’ Unità d’ Italia, due Compagnie del suo ” famigerato ”  39° Reggimento, verso Arquata che conobbe giorni di carneficina e di terrore. Di notte si vedevano brillare nell’ Alto Tronto gli incendi di case e paesi. Altro che films western con gli indiani d’ America ! Moltissimi con donne, vecchi e bambini, scappavano sui monti. Passati i soldati credevano di poter tornare alle loro case e trovavano la mobilia sfasciata o bruciata, grano, olio, vino per vendetta rovesciati per strada, nel pantano qua e là arrossato di sangue, fra cadaveri in putrefazione di fucilati. L’ ira prese il sopravvento dopo l’ incredulità e lo sgomento. Le donne urlavano e si strappavano i capelli, gli uomini giurarono di vendicarsi : ogni piemontese è un nemico, ogni arma per ucciderlo è buona. Ritornarono armati sui monti; ebbe inizio la guerriglia in una spirale di odio e di violenza. I paesi dell’ arquatano e dell’ acquasantano, trattati senza pietà, impararono a non averne e padroni di tutte le alture circondarono le due compagnie chiudendole in Arquata. Cominciarono gli assaggi per assalire le mura del capoluogo, gli assedianti fedeli al papato urlavano il nome di Pio IX ed agitavano bandiere pontificie. Era uno spettacolo bello, maestoso, selvaggio nel quale brillava la figura del famigerato Giovanni Piccioni, ex-sergente borbonico, e dei due suoi figli Leopoldo e Gregorio mentre tra i ribelli arquatani spiccava il terribile e sanguinario bandito Schiavoni della Spelonga che si faceva beffe dei piemontesi sorridendo sotto i suoi baffetti. Il generale Pinelli si spazientì, cercò rinforzi ed ordinò un’ azione combinata contro le bande che scorrazzavano nell’ Alto Tronto. Allora dall’ Umbria, un reggimento di volontari , passando da Norcia e poi per la Piana di Castelluccio e Forca di Presta disperse gli assedianti ed entrò in Arquata. Nei giorni successivi ci fu una massiccia controffensiva per annientare i filo-papalini, i piemontesi occuparono tutti i passi più importanti ed entrarono nei paesi fucilando tutti quelli che opponevano resistenza mentre arrestavano tutti coloro che venivano sospettati di partecipazione o favoreggiamento al brigantaggio. Il Pinelli non soddisfatto, raddoppiò le rappresaglie e vilmente fece distruggere chiese ed oratori, saccheggiando oggetti sacri e paramenti sacerdotali, facendoli poi vendere all’ asta pubblica. I fraticelli del convento di San Francesco  di Borgo D’ Arquata, furono coraggiosi ma anche scaltri e prima di essere cacciati con un’ espediente salvarono una preziosissima reliquia : un estratto originale della Sacra Sindone donato ” beffardamente” proprio per intercessione dei Savoia, nella prima metà del XVII secolo, ad un vescovo originario di Arquata Giovanni Paolo Bucciarelli che lo aveva affidato alla piccola comunità religiosa del suo paese. Fortunatamente il ” Sacro Sudario ” arquatano non tornò nelle saccheggiatrici mani savoiarde perché, prima che i piemontesi sopprimessero il convento, i frati riuscirono a nascondere l’ urna dorata che lo conservava nella nicchia di un’ altare. D’ altronde tutta la storia del Santissimo Sudario di Gesù Cristo originale, conservato a Torino, è avvincente e straordinaria e per certi versi anche misteriosa, sulla  tela di lino, colore giallo ocra, proveniente dall’ India ( tale deduzione è stata fatta rilevando la presenza di pollini di infiorescenze presenti solo in alcune regioni indiane),  lunga 4,41 m. ed alta 1,11 m. , tessuta a mano con trama a spina di pesce è impressa, tra piccole bruciature di un’ incendio, la debole immagine frontale e dorsale di Nostro Signore Gesù Cristo, torturato da una dura flagellazione, di cui rimangono più di 370 ferite ( contando solo quelle frontali e dorsali, ovviamente mancano quelle laterali che non sono impresse sul lino con le quali il computo delle ferite sul corpo dell’ ” Uomo Sindonico ” arriverebbe forse a più di 600 ) ci sono tracce della corona di spine ed i segni di una crocifissione con inchiodatura ed una ferita al costato. Il rivestimento rosso dei fili di lino è sangue umano. Il corpo impresso è di un uomo alto circa 175 cm e mostra una notevole rigidità cadaverica con posizione coerente, è stato avvolto nel sudario per circa 35 ore, senza putrefazione. Secondo il vangelo apocrifo degli ebrei fu dato al servo dell’ Apostolo Pietro e deriva da un’ esplosione energetica avvenuta mentre il lino avvolgeva Gesù. L’ immagine della Sindone non può essere il risultato di un contatto diretto fra il tessuto ed un corpo umano impregnato di aloe, di mirra, di sudore e di sangue; non può essersi realizzata per la diffusione di gas e di vapori di alcun genere prodotti dal corpo umano e non è un dipinto realizzato con le consuete tecniche di pittura a pennello. La Sindone è un oggetto speciale ed irripetibile ed è praticamente impossibile che non sia autentica. Ci sono vuoti storici da riempire perché la prima apparizione della Sacra Reliquia avvenne nella chiesa collegiata di Lirey nel 1355, ma pare sia finita qualche anno prima nelle mani di un nobile scrittore francese Goffredo di Charmy, discendente di un omonimo cavaliere templare ed amico del re Giovanni II dopo che Luigi IX di Francia, detto il Santo, ricercatore instancabile di reliquie, abbia affidato ad alcuni coraggiosi cavalieri il compito di trovarla. ( Nel medioevo ci fu una incredibile e spietata ricerca di reliquie sante, Luigi IX di Francia ne fece una ragione di vita.  Egli fece costruire, in pochi anni, la meravigliosa costruzione gotica di Sainte-Chapelle nell’ Ile de la Citè per costudirvi tutte le sue reliquie sante come la Corona di Spine di Gesù Cristo che aveva acquisito riscattando un debito di 13.134 pezzi d’ oro ai veneziani di suo  cugino Baldovino II Imperatore Latino di Costantinopoli ed un pezzo della Vera Croce ). Dopo alcune ricerche i cavalieri assolsero il compito loro affidato dal Re Santo, infatti scoprirono che la Sindone dopo essere stata portata in Antiochia da Pietro nella grotta in cui lui e Paolo predicavano e celebravano l’ eucarestia, fu poi trasferita quando nel 540 i persiani assediarono la città e conservata per tanti anni ad Edessa ( oggi Urfa ) in Turchia. Molti anni più tardi era a Costantinopoli ripiegata su se stessa per 8 volte in un apposito reliquiario che consentiva di vederne solo il volto. Il 12 aprile del 1204 quando Costantinopoli cadde nelle mani dei crociati latini in una chiesa chiamata ” Santa Maria delle Blachernae ” c’ era questo reliquiario ed ogni venerdì la Sindone veniva estesa dritta in modo che fosse possibile per i fedeli vedere la figura di Nostro Signore. Un comandante della quarta crociata Ottone De La Roche se ne appropriò portandola nel suo dominio a Tebe in Beozia . Fortuna audaces juvat infatti fu proprio qui che i valorosi cavalieri di Luigi IX riuscirono miracolosamente a recuperarla dalle illegittime ambizioni di una setta di fanatici capitanati da un discendente di De La Roche. Purtroppo quando ciò avvenne, Luigi IX era già morto per dissenteria nel corso dell’ VIII Crociata a Tunisi ed i cavalieri , temendo che la Santa Reliquia finisse nelle mani sbagliate la consegnarono segretamente a Goffredo di Charmy, noto per la sua purezza d’ animo e per la sua fedeltà alla Corona di Francia. Nel 1453 , una sua “scellerata” discendente senza scrupoli : Margherita di Charmy la vendette al Duca Ludovico II di Savoia. Il telo di lino arquatano è delle medesime dimensioni dell’ originale con la scritta : EXTRACTUM AB ORIGINALI. La verità sulla Sindone Arquatana  è suffragata dalle pergamene rinvenute. L’ unica incertezza riguarda come sia stata riprodotta. Dopo che i frati la nascosero non se ne seppe più nulla fino a quando fu ritrovata dopo una ristrutturazione della chiesa di San Francesco, tra il 1980/81 nella nicchia dell’ altare. La Sacra Reliquia, distesa in una speciale teca, è stata poi recuperata, dopo il sisma, dalla chiesa gravemente danneggiata e pericolante. L’ intervento molto complesso è stato portato a termine dai Vigili del Fuoco e dai Carabinieri della Tutela del Patrimonio. Successivamente è stata trasferita nella Cattedrale di Sant’ Emidio ad Ascoli Piceno.Vittorio Camacci

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