
Quando le montagne ardevano di vita, di lavoro e di storia c’era un elemento che più di ogni altro poteva accompagnarci dentro la conoscenza dei Monti della Laga: il fuoco.
Non soltanto il fuoco terribile degli incendi, delle guerre e delle rappresaglie, ma anche quello piccolo e quotidiano del focolare, quello delle carbonaie nascoste nei boschi, delle fornaci dove si cuoceva la calce, delle botteghe dei fabbri, dei forni dove si cuoceva il pane, dei falò accesi nelle feste e delle fiaccole che, nelle notti senza elettricità, trasformavano i sentieri e le piazze dei nostri paesi.
Il fuoco, nella Laga, è stato per secoli compagno dell’uomo. Ha dato calore e luce, ha trasformato la legna in carbone, la pietra in calce, il metallo in utensile. Ha accompagnato la pastorizia e l’agricoltura, ha illuminato le chiese e le case, ha segnato le feste religiose. Ma lo stesso fuoco, quando è stato impugnato dalla guerra e dalla vendetta, ha cancellato case, chiese, archivi e interi pezzi di memoria.
È forse proprio questo il significato più profondo del fuoco nella storia di queste montagne: la sua doppia natura. Può essere vita oppure distruzione. Può scaldare una famiglia riunita davanti al camino e, poche centinaia di metri più in là, divorare un paese.
Per troppo tempo abbiamo raccontato il Medioevo e, più in generale, il passato come un’epoca immersa nell’oscurità. Ma la storia del fuoco racconta qualcosa di diverso. Anche nelle nostre montagne, molto prima dell’arrivo dell’elettricità, la notte non significava necessariamente silenzio e immobilità. C’erano focolari, lucerne, candele, torce, fornaci, fuochi di lavoro e fuochi di festa.
La Laga era una montagna viva anche di notte.
Il fuoco che costruiva la montagna
Prima ancora di diventare arma, il fuoco fu uno strumento di civiltà.
Basta guardare i boschi della Laga per comprendere quanto profondamente l’economia delle comunità montane fosse legata alla combustione del legno. Per generazioni i carbonai hanno trasformato faggio, cerro, castagno e altri legni in carbone vegetale attraverso le antiche carbonaie. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga documenta ancora questa tradizione, particolarmente radicata nel territorio della Laga.
Le carbonaie erano vere officine all’aperto. Il carbonaio sceglieva la legna, la disponeva con una tecnica precisa, costruiva la caratteristica cupola e la ricopriva di fogliame e terra, lasciando che il fuoco lavorasse lentamente, quasi senza fiamma, trasformando il legno in carbone.
Era un’arte difficile. Un vento improvviso, un’apertura sbagliata o una combustione incontrollata potevano compromettere il lavoro di giorni.
Ancora oggi, nelle montagne tra Valle Castellana, Arquata, Accumoli e l’Acquasantano, sopravvivono le tracce delle antiche piazze carbonili. A Colle di Arquata, per esempio, la tradizione delle carbonaie è stata mantenuta viva e rappresenta una delle testimonianze più suggestive degli antichi mestieri della montagna e poi c’erano le fornaci.
La pietra arenaria della Laga ha caratterizzato l’architettura dei suoi borghi, ma il fuoco era necessario anche per trasformare la pietra calcarea in calce, indispensabile per le malte e per costruire quelle stesse case che oggi consideriamo il patrimonio più prezioso dei nostri paesi. Le antiche calcare disseminate sul territorio raccontano quindi un’altra storia del fuoco: quella di un elemento che contribuiva materialmente a costruire i borghi.
Il fuoco costruiva.
Ma il fuoco, nella storia della Laga, poteva anche distruggere.
Quando il fuoco diventava guerra
Le montagne dell’alta valle del Tronto e della Valle Castellana sono state per secoli terra di confine. Confine tra Stati, tra poteri, tra eserciti e tra mondi diversi.
Questa posizione geografica contribuì a rendere il territorio teatro di guerre, scorrerie, rivolte e brigantaggio.
Già nel Cinquecento l’Acquasantano conobbe una stagione drammatica. Il territorio fu attraversato dalle lotte tra le potenti famiglie ascolane dei Parisani e dei Guiderocchi, dalle scorrerie e dagli episodi di banditismo. Il 16 marzo 1562 Acquasanta venne distrutta e nei documenti notarili dell’epoca rimase ricordata con un’espressione terribile: “Case bruciate”.
Quelle due parole raccontano forse più di un lungo libro.
Case bruciate significa famiglie costrette a fuggire, tetti crollati, suppellettili perdute, animali dispersi, documenti distrutti. Significa soprattutto che il fuoco non colpiva soltanto le mura: cancellava la memoria e sulle montagne di Montecalvo il banditismo provocava spedizioni punitive, morti, distruzioni e incendi. Il fuoco diventava così uno strumento di potere: bruciare una casa significava colpire una famiglia, intimidire una comunità, cancellare un rifugio.
Il fuoco contro i francesi
Alla fine del Settecento la storia tornò a incendiarsi.
Con l’arrivo delle truppe francesi e la stagione napoleonica, il territorio della Laga e dell’Ascolano tornò a essere una terra di guerra. In questa fase il brigantaggio assunse anche una dimensione di resistenza contro gli invasori.
Ad Acquasanta Giuseppe Costantini, detto Sciabolone e Giambattista Ciucci guidarono i ribelli contro i francesi. Lo scontro arrivò a un punto tale che i comandanti francesi furono costretti a sottoscrivere il trattato di Mozzano il 5 febbraio 1799.
Anche la memoria della Valle Castellana conserva episodi drammatici di quella stagione. Le cronache ricordano la reazione delle truppe francesi e il saccheggio di Settecerri, dove venne profanata la chiesa, mentre altre azioni repressive interessarono Laturo e Leofara.
In quelle montagne il fuoco non era soltanto quello dei focolari domestici. Era il fuoco dei soldati, delle rappresaglie, dei paesi sospettati di aiutare gli insorti.
Era il fuoco della guerra portata fin dentro le case.
Il fuoco dei briganti e quello dei soldati
Poi arrivò il Risorgimento e con esso una nuova stagione di sangue.
Dopo l’annessione al Regno d’Italia, tra il 1860 e gli anni successivi, l’area dell’Acquasantano, della Valle Castellana e del territorio circostante fu attraversata dalla guerriglia legittimista e dal brigantaggio postunitario.
È importante non semplificare quella storia.
Non tutti coloro che furono chiamati “briganti” erano criminali comuni e non tutti i combattenti erano mossi dalle stesse motivazioni. Nel territorio acquasantano una parte importante della resistenza era legata alla fedeltà allo Stato Pontificio e alla difesa dell’ordine politico precedente. Giovanni Piccioni, nato a San Gregorio di Acquasanta, fu uno dei principali protagonisti di quella vicenda e qui il fuoco torna prepotentemente nella storia.
Le truppe sabaude comandate dal generale Ferdinando Pinelli adottarono anche forme durissime di repressione contro i territori ritenuti favorevoli agli insorti. Le fonti locali ricordano incendi e devastazioni in numerosi centri.
A San Gregorio, per esempio, durante le operazioni del 1861 le truppe invasero il paese, utilizzarono la chiesa come caserma e diedero alle fiamme la casa del parroco.
A Paggese vennero incendiati la canonica e il prezioso archivio parrocchiale. Una parte della memoria scritta di quella comunità andò letteralmente in fumo e non fu un episodio isolato.
La strategia della repressione arrivò a colpire non soltanto gli uomini armati, ma anche i luoghi e le comunità che potevano offrire loro sostegno. Alcune ricostruzioni dell’epoca parlano di decine di villaggi incendiati nell’area compresa tra le due rive del Tronto e di una vera politica di “terra bruciata”.
Il fuoco diventava dunque un’arma psicologica.
Bruciare una casa significava dire a tutti gli altri: non sostenete chi si nasconde nei boschi.
È una logica antica, che la storia ha ripetuto infinite volte e anche i briganti conoscevano il linguaggio del fuoco
Ma sarebbe storicamente scorretto raccontare questa vicenda come se il fuoco fosse stato utilizzato soltanto dagli eserciti.
Anche le bande armate, nelle diverse epoche, ricorsero a violenza, saccheggi e incendi. La storia della montagna è una storia complessa, nella quale spesso la popolazione civile si trovava schiacciata tra due fuochi.
È questo uno degli aspetti più dolorosi del brigantaggio: chi viveva nei paesi poteva essere accusato di aiutare i briganti dalle autorità e, contemporaneamente, essere costretto a fornire loro cibo, rifugio o informazioni.
La casa del montanaro diventava così un luogo pericoloso.
Poteva essere incendiata dai soldati perché sospettata di aver dato ospitalità ai ribelli, oppure diventare bersaglio di una banda per vendetta, ritorsione o regolamento di conti e in una montagna dove le case erano costruite prevalentemente in legno e pietra, con fienili, stalle e paglia spesso vicini alle abitazioni, bastava una torcia per trasformare un’intera contrada in un inferno.
Ma sarebbe un errore fermarsi al fuoco della distruzione.
Per secoli la gente della Laga ha acceso il fuoco anche per pregare, ringraziare, festeggiare.
Falò, fiaccole, candele e fuochi votivi appartengono alla storia religiosa e comunitaria dei nostri paesi.
Il fuoco segnava le feste patronali, accompagnava processioni, illuminava le piazze e trasformava la notte in un momento collettivo.
Non era soltanto luce: era comunità.
Lo stesso principio che troviamo nelle grandi città medievali e rinascimentali, dove le autorità utilizzavano migliaia di torce e grandi fuochi per celebrare nascite, vittorie, incoronazioni e feste religiose, viveva in forme più semplici anche nei piccoli paesi di montagna e ancora oggi, quando in una festa di paese si accende un falò o il cielo si illumina dei fuochi d’artificio, stiamo inconsapevolmente ripetendo un gesto antichissimo.
Forse però nessuna immagine racconta la Laga meglio di quella di un uomo solo nel bosco, accanto a una carbonaia fumante.
Perché quella non era distruzione.
Era lavoro.
Il carbonaio conosceva il bosco, il vento, l’umidità, la legna. Sapeva che il fuoco non doveva essere lasciato libero, ma governato. Doveva essere lento, controllato, quasi invisibile.
Era una lotta quotidiana tra l’uomo e un elemento che poteva sfuggire di mano in qualsiasi momento.
Ancora oggi le piazzole delle antiche carbonaie sono disseminate tra i boschi della Laga e della Valle del Chiarino e rappresentano una straordinaria testimonianza dell’antico rapporto tra uomo e foresta.
Quelle piazzole sono, in qualche modo, monumenti senza monumento.
Non hanno statue.
Non hanno lapidi.
Non hanno grandi iscrizioni.
Ma raccontano generazioni di uomini che hanno vissuto del bosco senza semplicemente attraversarlo.
Poi arrivò il Novecento
Il fuoco della guerra non era ancora finito.
Durante la Seconda guerra mondiale, nelle montagne dell’Acquasantano, il fuoco tornò a essere strumento di rappresaglia.
L’11 marzo 1944 le frazioni di Pozza e Umito furono colpite da una delle pagine più tragiche della storia dell’area. A Pozza le forze nazifasciste incendiarono le case dei contadini accusati di sostenere i partigiani; a Umito la violenza provocò numerose vittime e devastazioni. La piccola Anna Sparapani, una bambina di pochi mesi, morì nelle fiamme della propria casa.
È difficile immaginare qualcosa di più lontano dal fuoco che scalda una famiglia.
Lo stesso elemento che per millenni aveva significato pane, calore e vita diventava nuovamente morte.
Dal fuoco alla luce
Eppure oggi, guardando la Laga, possiamo scegliere quale fuoco ricordare.
Possiamo ricordare quello delle case distrutte, dei paesi bruciati, delle rappresaglie e delle guerre. Dobbiamo farlo, perché la memoria non deve essere cancellata.
Ma possiamo anche recuperare il significato del fuoco buono: quello del focolare, della carbonaia, della fornace, del forno del pane, della festa, della candela accesa davanti a un’immagine sacra.
Perché la storia della Laga non è soltanto una storia di distruzione.
È una storia di uomini e donne che hanno imparato a governare il fuoco.
Lo hanno fatto nei boschi, nelle case, nelle botteghe, nelle stalle e nelle piazze.
Hanno imparato che il fuoco è meraviglioso proprio perché è potente e pericoloso. Va rispettato, temuto e, soprattutto, conosciuto.
Forse è questa la grande lezione che ci arriva dalle nostre montagne.
Il fuoco può cancellare un paese in una notte, ma può anche permettere a una comunità di sopravvivere per secoli.
Può bruciare un archivio, ma può anche illuminare una pagina.
Può distruggere una casa, ma può anche cuocere il pane con cui quella casa sfama una famiglia.
Può essere guerra, oppure festa.
Può essere morte, oppure vita e allora, quando attraversiamo i boschi della Laga e incontriamo una vecchia piazza carbonile, una fornace abbandonata, un antico focolare o semplicemente il segno annerito lasciato dal tempo su una pietra, dovremmo imparare a guardarli con occhi diversi.
Perché sotto quella cenere non c’è soltanto un fuoco spento.
C’è la storia di una montagna.
Una montagna che per secoli ha vissuto, lavorato, pregato, combattuto e resistito intorno al fuoco e forse il vero “Medioevo luminoso” di cui oggi torniamo a parlare passa anche da qui: dalle nostre montagne, dove il buio della notte non riuscì mai davvero a spegnere la luce dell’uomo.
Il fuoco della Laga, alla fine, è questo: una fiamma che attraversa i secoli. A volte scalda, a volte illumina, a volte brucia. Ma non si spegne mai del tutto.
Camacci Vittorio
( Libero pensatore della Laga)