
A Capodipiano di Venarotta, alla fine dell’estate del 1898, il nome Ferrucci non era uno qualsiasi. Si diceva e nei documenti antichi qualcosa lo confermava, che quella famiglia discendesse da Francesco Ferrucci, l’eroe caduto a Gavinana. Era certo che già nel Quattrocento i suoi antenati si fossero stabiliti nell’ascolano, portando con sé un’ombra di nobiltà e un senso di superiorità che il tempo non era riuscito a cancellare. Ferruccio Ferrucci, ultimo rappresentante di quella stirpe a Capodipiano, sembrava incarnare fino in fondo quell’eredità: alto, robusto, dallo sguardo duro e dal passo sicuro, viveva nella sua casa con cortile interno come un padrone d’altri tempi, circondato da terre, cavalli e da una fama ambigua fatta di rispetto e timore. Non era un uomo cattivo per principio e qualcuno ricordava anche i suoi gesti di generosità, ma era imprevedibile e soprattutto pretendeva obbedienza; le contadine che portavano uova e pollame come pagamento lo temevano per quel modo insistente di trattenerle nel cortile, sotto lo sguardo del cane e del maggiordomo, più del necessario. Tra i più risentiti c’era Massari, un contadino di Valcinante segnato dalla fatica e dal silenzio, padre di Laurina, una giovane che da qualche tempo evitava accuratamente di passare da quella casa, anche se nei piccoli paesi evitare non basta mai davvero. Il malumore cresceva senza parole, come una brace sotto la cenere e Ferruccio stesso sembrava avvertirlo, tanto che nei giorni precedenti si mostrava inquieto, più nervoso del solito, spesso con la frusta in mano a battere contro lo stivale mentre attraversava il cortile. Quel pomeriggio dell’8 settembre 1898 l’aria era immobile e carica di polvere, il cielo fermo sopra il suo podere sito in Collina di Valcinante e Ferruccio aveva dato ordine al maggiordomo di tenere pronto il cane, come se aspettasse qualcuno; quando Massari apparve lungo il sentiero che saliva tra i campi, camminando diritto senza fretta ma senza esitazioni, il maggiordomo lo vide e guardò il padrone in attesa di un cenno, ma quel cenno non arrivò. Ferruccio avanzò invece da solo, con la frusta stretta nella mano e quando i due si trovarono a pochi passi il silenzio della collina divenne pesante come una minaccia. «Hai qualcosa da dire?» chiese Ferruccio con un sorriso teso, Massari, dopo un attimo, rispose semplicemente: «Lascia stare le donne della mia famiglia». Quelle parole bastarono. Ferruccio fece schioccare la frusta nell’aria, più per imporsi che per colpire, ma Massari si mosse d’istinto per fermarla e nel giro di un attimo i due si afferrarono, si spinsero, si urtarono con forza; Ferruccio, più grande, cercò di dominarlo, ma il terreno era irregolare, ingombro di attrezzi e corde e indietreggiando il suo piede si impigliò in una traglia lasciata a terra, facendolo rovinare pesantemente all’indietro. In quell’istante sospeso tutto avrebbe potuto fermarsi, ma non accadde: Massari, accecato dalla rabbia accumulata e dall’umiliazione, afferrò la falce da fieno lì accanto e colpì, una volta, poi ancora, finché il corpo di Ferruccio rimase immobile nella polvere. Il cane abbaiò furiosamente, il maggiordomo restò paralizzato, incapace di intervenire e quando finalmente tornò il silenzio era un silenzio diverso, definitivo. Nei giorni successivi il paese parlò sottovoce, diviso tra chi vedeva in quella morte una giustizia e chi una disgrazia inevitabile, mentre il parroco di Capodipiano, Don Gaetano Giuliani, uomo preciso e misurato, registrò l’accaduto nel libro dei morti con grafia ferma e senza commenti superflui, lasciando però parole che ancora oggi conservano tutto il peso di quella vicenda: “Ferruccius Ferrucci, filius quondam Petri, huius paroeciae Capitis Plani, aetatis suae anno trigesimo sexto, in praedio suae proprietatis sito in Collina paroeciae Valiscientantis, a suo villico crudeliter interfectus fuit die octavo mensis septembris 1898; cuius corpus, solitis Ecclesiae exequiis celebratis, in coemeterio reconditum fuit”. In quella formula latina c’era tutto, la vita, la morte e il giudizio lasciato sospeso, e forse anche la fine silenziosa di una lunga discendenza che da Francesco Ferrucci era arrivata fino a quella collina, spegnendosi tra la polvere di un cortile e il filo affilato di una falce.
Vittorio Camacci