Ad Appignano del Tronto, negli anni Settanta, le sere d’inverno arrivavano presto. Il vento correva tra i calanchi come un lamento e le vecchie case del borgo, aggrappate alla collina, scricchiolavano piano sotto la pioggia. C’erano crepe nei muri, gradini spezzati, orti che lentamente scivolavano verso valle. La terra si muoveva da sempre ad Appignano, come se sotto il paese dormisse qualcosa di vivo.
Gli anziani lo dicevano seduti davanti alle stufe: “La collina se magna lu paese necco’ a la  vorda.”
Infatti alcune case, anzi un intero quartiere, negli anni, erano sparite davvero. Una stalla era franata verso lu Gnefiiente (Chifenti) dopo un temporale; un vecchio sentiero era stato inghiottito dal fango; perfino un pezzo di strada, vicino ai fossi diji piuppe ( Fosso dei Pioppi) , si era aperto durante una notte di gelo. Così il paese sembrava ritirarsi lentamente, come un animale ferito che cerca riparo.
Ma per i bambini di allora non erano le frane a fare paura.
Era “Lu Limanò.”
Nessuno sapeva bene cosa fosse. C’era chi giurava avesse il corpo lungo di serpente e la testa gonfia da rospo; altri raccontavano di aver visto due occhi bassi e gialli muoversi tra le canne vicino ai fossi. Alcuni sostenevano persino che il mostro cambiasse forma a seconda della paura di chi lo incontrava.
Nell’estate del 1974 gli avvistamenti aumentarono.
Prima fu un contadino di Valle Chifenti, rincasato all’alba, che raccontò di aver sentito un verso cupo provenire dai calanchi. Poi due ragazzi dissero di aver visto qualcosa strisciare vicino a un laghetto formato dalle piogge. Ma fu dopo la sparizione di alcune galline nella zona di Montecalvo che il nome de “Lu Limanò” tornò davvero sulle bocche di tutti.
La sera le donne chiudevano presto le persiane. Gli uomini, al bar, fingevano di scherzarci sopra, ma nessuno attraversava più da solo i sentieri verso Lu Volubrie ( il Volubile). I calanchi sembravano ancora più vivi sotto la luna: pieghe immense della terra, bianche e taglienti, che il vento modellava ogni anno in forme nuove. Quando la nebbia saliva dai fossi, quei burroni parevano schiene di giganti addormentati.
In quei giorni viveva ad Appignano un ragazzo, figlio di muratori. Suo padre lavorava spesso a rattoppare le case lesionate dalle frane. “Stu paese cala piane vierse lu fiume” diceva sempre. “Tra cent’ anne magare miezze  burghe n’ esisterà più.”
Il ragazzo però non aveva paura delle frane. Aveva paura del silenzio.
Una notte di settembre, tornando dalla festa al vecchio asilo, prese il sentiero che costeggiava il torrente Chifenti. La luna illuminava appena il profilo dei calanchi. Camminava veloce quando sentì un rumore nell’erba alta. Non un passo. Qualcosa che strisciava.
Si fermò.
Davanti a lui, tra la nebbiolina che saliva dal fosso, comparve una figura enorme e curva. Due occhi lucidi. Una testa larga. Il corpo lungo che sembrava confondersi col terreno argilloso.
Il ragazzo rimase immobile.
La creatura avanzò lentamente, emettendo un verso basso, quasi triste. Poi accadde qualcosa di strano: il terreno sotto i piedi del ragazzo cedette di colpo. Una parte del sentiero franò nel fossato con un rumore secco. Il ragazzo sarebbe caduto anche lui se una mano non lo avesse tirato indietro.
Era Gigge de Baffo’ , un vecchio contadino che viveva poco distante.
“Lu Limanò t’ha salvate” disse piano.
Il ragazzo lo guardò senza capire.
Il vecchio sputò a terra e fissò i calanchi. “La bestia chempare quanne  la terra vo’ avvisa’ qualchedune. Nen porta la morte. Porta la paura e la paura serve a tene’ li cristia’ lontani da addove la collina se deve roppe.”
Da quella notte il ragazzo iniziò a osservare il paese con occhi diversi. Capì che Appignano viveva in equilibrio fragile: le case, i fossi, i campi, le persone. Tutto poteva sparire da un momento all’altro sotto l’acqua e il fango e forse “Lu Limanò” non era soltanto un mostro.
Forse era il respiro stesso della terra.
Negli anni successivi altre parti della collina franaron​o davvero. Vecchi sentieri vennero abbandonati e alcune case furono lasciate vuote. Ma nessuno dimenticò quelle storie. Ancora oggi, quando il vento gira tra i calanchi e la nebbia sale dal Chifenti nelle notti di luna piena, qualcuno dice di vedere una forma muoversi lentamente tra i solchi bianchi della terra.
Gli anziani sorridono e abbassano la voce.
“Lu Limanò nen se mai ijite vie. Fa la guardia solamente a lu paese che scompare.” 

     Vittorio Camacci

Libero pensatore della Laga