
Da Frondarola a Villa Brozzi, sulle tracce della memoria, tra querce secolari, mandrie e antiche chiese
Ci sono mattinate d’autunno in cui la montagna sembra voler mettere alla prova chi le si avvicina. L’aria è fredda, il cielo appena velato lascia filtrare una luce discreta e la terra conserva già il respiro umido della stagione che avanza. Eppure, domenica 25 ottobre, un centinaio di camminatori si sono ritrovati a Frondarola, sulle colline di Teramo, pronti a mettersi in marcia. Non servivano grandi promesse, né panorami da cartolina: bastavano la compagnia, la voglia di stare all’aria aperta e quella curiosità che spinge a cercare, dietro una curva o tra le pietre di un vecchio borgo, qualcosa che non si trova sulle strade più battute.
Il ritrovo è stato in piazza Madonna delle Grazie, davanti all’omonima chiesa, un piccolo edificio che custodisce già sulla propria facciata una storia tutta da leggere. La muratura in pietra, il portale semplice e, soprattutto, quel rosone singolare a forma di stella a otto punte ne fanno un luogo capace di catturare lo sguardo senza bisogno di ostentare grandezze. È una bellezza sobria, nata dalla devozione e dal lavoro di una comunità.
La chiesa risale al Seicento ed è legata alla storica famiglia Cozzi. Sull’architrave del portale un’iscrizione latina ricorda l’edificazione del sacro edificio per mezzo del lavoro delle mani di una comunità devota, riportando la data del 1662; su una pietra angolare compare invece il 1658. Due date che ci consegnano una traccia concreta del tempo e della cura con cui questo luogo è stato costruito e tramandato. La stella a otto punte, scolpita nella pietra, aggiunge fascino a una facciata già singolare: un motivo che invita alla riflessione, senza che sia necessario attribuirgli significati storici non dimostrati.
Da quella piazza è cominciato il cammino, risalendo un costone argilloso dove le querce secolari disegnano un paesaggio che pare sottrarsi alla fretta del presente. I loro tronchi contorti, le chiome ormai avviate verso i colori autunnali e le radici aggrappate alla terra raccontano una storia più lunga di quella di qualsiasi strada moderna. Sotto quei rami, ogni passo diventa un modo per ritrovare una misura diversa del tempo. Si cammina, si parla, ci si aspetta, ci si ferma a osservare: gesti semplici, che restituiscono al cammino il suo significato più autentico, quello di un’esperienza condivisa.
La meta successiva è stata Villa Brozzi, dove la giornata ha regalato uno degli incontri più attesi e suggestivi: il ritorno dai pascoli estivi di un branco di mucche, accompagnate dai mandriani a cavallo. A un tratto, il paesaggio ha ripreso voce. Il passo degli animali, il movimento della mandria, la presenza dei cavalieri e il ritmo antico della conduzione del bestiame hanno riportato tutti a una dimensione nella quale l’uomo non è ancora separato dal mondo naturale, ma continua a misurarsi con esso.
La transumanza non è soltanto lo spostamento stagionale degli animali da un pascolo all’altro. È un sapere tramandato, un rapporto con il territorio costruito attraverso l’esperienza, la fatica e la conoscenza delle stagioni. È anche la memoria di generazioni di pastori che hanno percorso queste terre quando le distanze si misuravano con le ore di cammino e la ricchezza di una famiglia dipendeva, in buona parte, dalla salute del bestiame e dalla capacità di custodirlo. Vedere oggi una mandria accompagnata a cavallo significa incontrare una tradizione che non appartiene soltanto ai libri di storia: è ancora lì, viva, purché ci siano persone disposte a mantenerla.
In un tempo nel quale tutto sembra dover correre e produrre risultati immediati, quella scena ha avuto il valore di una piccola lezione. Gli animali avanzano secondo il loro ritmo, i mandriani conoscono il mestiere senza bisogno di proclami e il paesaggio torna a essere ciò che è sempre stato: uno spazio da attraversare con rispetto, non un semplice fondale da consumare con lo sguardo.
Ma il cammino aveva in serbo un’altra sorpresa, forse meno appariscente da lontano eppure straordinaria per chi ama la storia e l’arte delle nostre comunità: la chiesa di Santa Maria a Brecciano, a Villa Brozzi, nel territorio di Montorio al Vomano.
Le prime notizie documentarie della chiesa risalgono al 1154. L’edificio sorge nei pressi di un antico insediamento romano e l’attuale struttura, restituita alla comunità dopo il restauro del 2004, conserva elementi che raccontano una vicenda molto più antica delle sue forme odierne. Il paese originario di Brozzi, ormai in gran parte abbandonato e riconquistato dalla vegetazione, sopravvive nei resti delle abitazioni e nelle tracce disseminate lungo i fianchi della collina. Anche qui il territorio parla attraverso ciò che è rimasto, ma pure attraverso ciò che il tempo ha lentamente inghiottito.
Entrando nella chiesa si scopre un patrimonio sorprendente. L’edificio è a navata unica e custodisce un prezioso ciborio trecentesco, con volta a crociera e archi ogivali sostenuti da colonnine ottagonali. Sui capitelli compare lo stemma di Montorio al Vomano, raffigurato con tre monti sormontati ciascuno da una spiga ed anche un Agnus Dei. Un dettaglio che lega la raffinatezza dell’opera alla storia della comunità locale. Sulle vele della volta sono dipinti ad affresco i quattro Evangelisti, mentre altri elementi architettonici, lapidei e devozionali testimoniano la lunga stratificazione di questo luogo sacro e poi c’è lei: la Madonna con il Bambino, una scultura lignea che da sola giustifica la visita.
La Vergine e il Figlio sono restituiti attraverso la materia viva del legno, lavorato e dipinto con una sensibilità artistica che attraversa i secoli. L’opera, tradizionalmente attribuita al Maestro della Santa Caterina Gualino, richiama la grande stagione della scultura lignea dell’Italia centrale tra Duecento e Trecento. Il catalogo nazionale dei beni culturali la colloca tra le opere realizzate tra il 1300 e il 1310 e ne sottolinea la preziosa fattura, lo schema compositivo di tradizione duecentesca e i caratteri gotici riconoscibili nei volti e nel panneggio delle vesti.
Davanti a questa Madonna si avverte quanto possa essere ingannevole la distanza tra i piccoli paesi e i grandi centri della cultura. Non sempre i capolavori abitano nei musei più celebri, dietro teche illuminate e lunghe didascalie. A volte sono custoditi in una chiesa di campagna, tra pietre antiche e silenzi, affidati alla cura di chi ha compreso che il patrimonio non è un possesso da esibire, ma una responsabilità da trasmettere.
Questa scultura, insieme al ciborio, agli affreschi e agli altri elementi conservati nell’edificio, ci ricorda che le nostre campagne non sono mai state periferie senza storia. Sono state luoghi di lavoro, fede, scambi e incontri, attraversati da uomini e donne che hanno lasciato segni spesso più duraturi delle loro stesse case ed è forse proprio questo il filo che unisce la chiesa di Frondarola, le querce del costone, la mandria in transito e Santa Maria a Brecciano. Da una parte la pietra scolpita dalle mani degli antichi maestri; dall’altra la terra percorsa dai pastori e dagli animali. In mezzo, le persone che continuano a camminare, a osservare e a riconoscere il valore di ciò che hanno intorno.
Un centinaio di camminatori, una mattinata fredda, un cielo velato, una mandria che torna dai pascoli estivi e due luoghi di culto che custodiscono secoli di memoria. Non occorre molto altro per capire che il patrimonio di un territorio non si misura soltanto in monumenti famosi, presenze turistiche o numeri da mettere in una relazione. Si misura anche nella capacità di conservare un’identità, di tenere insieme la storia e la vita quotidiana, di non lasciare che il tempo cancelli tutto ciò che non fa rumore.
Quando il cammino è terminato, ciascuno avrà portato con sé qualcosa di diverso: un’immagine, un incontro, il ricordo di un paesaggio o la meraviglia davanti a un’opera d’arte inattesa. Ma tutti, almeno per qualche ora, avranno condiviso la stessa possibilità: uscire dal rumore delle giornate ordinarie per ritrovare un rapporto più diretto con la terra.
Perché camminare, in fondo, non significa soltanto raggiungere una meta. Significa imparare a guardare e quando si impara a guardare davvero, anche una piccola chiesa di campagna, una vecchia quercia o una mandria che attraversa la strada possono raccontare una storia immensa.
La storia di territori che resistono, di tradizioni che ancora respirano e di bellezze che aspettano soltanto qualcuno disposto a fermarsi per riconoscerle.
Vittorio Camacci
Libero pensatore della Laga