
Ci sono tragedie che arrivano all’improvviso e tragedie che non finiscono mai. La prima dura pochi interminabili secondi. La seconda può durare dieci anni, forse una vita intera.
Nel cratere del sisma del 2016 convivono ancora tre spettri: il drago, l’ abominevole sciacallo e la desolazione.
Il drago è il terremoto. È arrivato nella notte con il boato della montagna che si spezza. Ha divorato case, chiese, campanili, stalle, scuole, piazze. Ha aperto ferite nella terra e nel cuore della gente. Ha fatto crollare muri costruiti con il sacrificio di generazioni e ha disperso una civiltà che viveva di pascoli, boschi, tradizioni, fede e solidarietà.
Nella Laga e nei Sibillini il terremoto non ha distrutto soltanto le abitazioni. Ha spezzato il filo invisibile che univa i paesi alla loro storia. Ogni pietra caduta era un pezzo di memoria. Ogni borgo svuotato era una pagina della nostra identità che veniva strappata.
Ma il drago per quanto feroce, avrebbe potuto essere sconfitto. Gli uomini delle montagne hanno sempre ricostruito dopo terremoti, guerre e nevicate. Con il tempo sarebbero tornati a vivere tra le loro case.
Poi è arrivato l’abominevole sciacallo.
Lo sciacallo non ha il volto della natura. Ha quello dello Stato e delle sue istituzioni, di una burocrazia infinita che ha trasformato una calamità in un labirinto senza uscita. Attorno al cratere si è mossa una macchina gigantesca fatta di ordinanze, commissari, uffici, consulenze, tecnici, varianti, autorizzazioni, controlli e rinvii. Una macchina che avrebbe dovuto restituire la vita e che troppo spesso ha restituito soltanto attese.
Per molti il terremoto è diventato un’occasione economica. Un mercato. Un sistema che alimenta se stesso. C’è chi ha costruito carriere, chi ha accumulato incarichi, chi ha trovato nel post-sisma una fonte di reddito. Intanto gli abitanti continuavano a vivere nelle SAE, nate come sistemazioni temporanee e trasformate negli anni in quartieri permanenti dell’abbandono.
Io sono uno di loro.
Ho visto passare le stagioni sempre dalla stessa finestra. Ho visto cambiare governi, commissari, leggi e promesse. Ho visto cantieri aprire e richiudersi, pratiche fermarsi, scadenze spostarsi, responsabilità dissolversi come neve al sole. Ho visto persone morire senza rientrare nella propria casa. Ho visto giovani andarsene perché non potevano aspettare ancora. Ho visto anziani spegnersi con la speranza negli occhi.
L’ abominevole sciacallo non mangia le case. Mangia il tempo e quando ti ruba dieci anni di vita, ti ha rubato qualcosa che nessuno potrà più restituirti.
Poi arriva il terzo spettro.
È il più silenzioso.
È la desolazione.
La desolazione è una piazza senza bambini. È una scuola chiusa. È il bar del paese che non riapre più. È la festa patronale senza banda e senza processione. È un campo lasciato alle sterpaglie. È una stalla vuota. È il silenzio che sostituisce il suono delle campane.
La desolazione è lo spopolamento.
È una montagna che perde i suoi custodi. È una comunità che si dissolve lentamente fino a diventare un ricordo.
Le tradizioni della Laga non si conservano nei musei. Vivono nelle persone. Vivono nei racconti davanti al camino, nelle mani degli allevatori, nei sentieri conosciuti a memoria, nelle ricette tramandate, nei dialetti, nelle feste, nella solidarietà che ha sempre unito queste terre di confine.
Quando le persone se ne vanno, tutto questo muore con loro.
Si continua a parlare di ricostruzione come se bastasse rimettere in piedi qualche muro.
Ma un paese non è un insieme di edifici.
Un paese è una comunità.
Se ricostruisci le case e perdi gli abitanti, hai costruito un monumento al vuoto.
La vera ricostruzione avrebbe dovuto riportare la gente a vivere nei propri borghi. Restituire fiducia. Difendere la dignità di chi è rimasto. Invece, troppo spesso, ha prodotto soltanto scoraggiamento, rabbia e rassegnazione.
Il terremoto è stato una calamità naturale.
Il post-sisma è diventato una calamità umana.
Il drago ci ha tolto il passato.
Lo sciacallo ci ha rubato il presente.
La desolazione rischia di cancellare il futuro.
Eppure questa terra merita un destino diverso. Perché la Laga non è una periferia dimenticata della Repubblica. È uno scrigno di storia, cultura, tradizioni e identità. È un pezzo d’Italia che ha custodito per secoli ciò che altrove è andato perduto.
Se moriranno questi paesi, non perderanno soltanto gli abitanti del cratere.
Perderemo tutti.
Perché un popolo che lascia morire le proprie montagne, i propri borghi e la propria memoria finisce, lentamente, per perdere anche sé stesso.
Vittorio Camacci