L’intelligenza artificiale non esisteva quando sono nati i paesi della Laga. Ma, a guardarli oggi, viene il sospetto che qualcuno, parecchi secoli fa, avesse già ricevuto una versione sperimentale del programma.
Perché soltanto un’intelligenza non del tutto normale poteva decidere di mettere insieme, in pochi chilometri, montagne severissime e paesi minuscoli, torrenti gelidi e piazzette assolate, castagneti, faggete, chiese, campanili, fontane e strade che sembrano progettate apposta per far perdere l’orientamento a chiunque non sia nato lì.
La Laga è un grande artificio naturale. Un mondo costruito senza architetti, nel quale ogni borgo sembra avere deciso autonomamente dove mettersi, possibilmente sulla sommità di una collina, possibilmente lontano dalla strada principale e, se possibile, con almeno una salita capace di togliere il fiato prima ancora di arrivare alla piazza.
Poi ci sono le case. Pietra, legno, persiane, balconi, tetti. Case che per secoli hanno sopportato neve, terremoti, gelate, abbandoni e ritorni. Alcune sono ancora lì, orgogliose. Altre sono ferite. Altre aspettano che qualcuno si ricordi di loro.
Ma d’estate la Laga cambia.
I paesi si riempiono di automobili con targhe provenienti da mezza Italia. Tornano quelli che se ne erano andati quarant’anni prima e che, appena scesi dalla macchina, riconoscono perfino il sasso contro cui da bambini si erano sbucciati un ginocchio.
Ritornano i figli, i nipoti, gli amici degli amici e improvvisamente il paese che d’inverno conta poche anime diventa una metropoli.
Una metropoli, naturalmente, secondo i parametri della Laga.
Se arrivano cinquanta persone, si parla di grande affluenza. Se sono cento, qualcuno dice che non si vedeva tanta gente dai tempi della festa patronale del 1978. Se arrivano duecento persone, bisogna chiamare qualcuno che organizzi il traffico e allora comincia la stagione delle feste.
La sagra, innanzitutto. Che in montagna non è mai soltanto una sagra è un congresso internazionale della memoria.
Ci si incontra davanti a un piatto di pasta, a una griglia, a una fetta di pecorino, a un bicchiere di vino. Si mangia quello che la montagna ha prodotto per secoli e che oggi viene presentato come specialità tipica, possibilmente con un cartello scritto a mano e una signora che, mentre serve, ti spiega che quella ricetta “a casa mia si faceva diversamente”.
Non si butta via niente, nella Laga.
Nemmeno le ricette.
Nemmeno i ricordi.
Nemmeno le discussioni.
Puoi trovare due persone che abitano a tre chilometri di distanza e scoprire che da quarant’anni litigano su chi abbia inventato per primo una certa minestra, una certa festa o un certo modo di fare il formaggio e non provare a mettere pace.
La pace, in montagna, è una cosa seria e non va improvvisata poi arrivano le bande, gli organetti, i saltarelli e qui accade qualcosa di curioso.
Persone che durante l’anno si lamentano del mal di schiena, delle ginocchia, della pressione, della pensione e del governo, appena sentono partire un organetto ritrovano improvvisamente l’agilità dei vent’anni.
La fisica si arrende.
Il settantenne che cinque minuti prima aveva bisogno della sedia si lancia nel saltarello con una dignità agonistica che lascia intendere una lunga preparazione clandestina.
Le donne, naturalmente, osservano.
Poi partecipano e alla fine nessuno sa più chi abbia vinto.
Perché nelle feste della Laga la competizione è soltanto un pretesto. Quello che conta è esserci.
È esserci quando la piazza si riempie.
È esserci quando qualcuno porta fuori una vecchia fotografia e tutti si avvicinano per riconoscere il nonno, la zia, il cugino emigrato in Canada nel 1962.
È esserci quando una voce dice: “Questo qui è il paese com’era una volta” e per qualche secondo nessuno ha il coraggio di rispondere.
Perché la Laga è anche questo: un enorme archivio a cielo aperto nel quale le fotografie hanno spesso più abitanti delle case.
Ma poi arriva la sera e qui la montagna ha un vantaggio sleale sulla Riviera.
Non servono luci al neon, discoteche, stabilimenti balneari, luna park lunghi ottanta chilometri.
Basta spegnere qualche lampione e sopra la testa compare il cielo.
Un cielo così pieno di stelle che sembra quasi una provocazione.
Il turista viene in montagna per cercare la natura e scopre che la natura, quando vuole, sa essere anche abbastanza rumorosa: abbaiano i cani, gracchiano le cornacchie, cantano i grilli, scorre l’acqua, arriva un trattore da chissà dove e, alle sei del mattino, un gallo decide che la vacanza è durata abbastanza.
La Laga non ha bisogno della sveglia.
Ha il gallo e se non basta, ha il vicino che accende il decespugliatore alle sei del mattino
Poi ci sono le montagne.
Il Gorzano, Pizzo di Sevo, Cima Lepri, le valli, le cascate, i sentieri.
Qui non puoi semplicemente “fare una passeggiata”.
Devi prima dichiarare le tue intenzioni alla montagna.
Perché la montagna della Laga non è quella delle cartoline. È aspra, umida, severa. Ti concede l’acqua, l’ombra, i boschi e panorami straordinari, ma pretende in cambio un po’ di sudore e quando finalmente arrivi in alto, stanco e sudato, scopri che non c’è nessun chiosco che vende cocktail con l’ombrellino.
C’è una fonte.
Bevi e ti sembra la cosa più buona del mondo.
Forse è proprio questa la differenza.
Al mare si va per dimenticare.
In montagna, almeno nella Laga, si viene per ricordare.
Ricordare i paesi, le persone, i mestieri, le parole, le feste, le storie raccontate dagli anziani davanti alle porte di casa.
Ricordare che ogni borgo aveva un forno, una bottega, una scuola, una fontana, una stalla e un campanile.
Ricordare che quelle pietre non sono soltanto pietre.
Sono state case.
Sono state famiglie.
Sono state partenze.
Sono state ritorni e allora può succedere che, dopo aver camminato per un paese quasi vuoto, dopo aver mangiato una fetta di pane con il formaggio, dopo aver ascoltato un organetto suonare nella piazza e aver visto quattro bambini correre dietro a un pallone, tu possa pensare che in fondo la Laga non ha bisogno di diventare la Riviera Romagnola.
Le basta continuare a essere se stessa.
Con le sue feste improvvisate, le sue sagre interminabili, le sue discussioni sul nulla, le sue montagne troppo alte, le sue strade troppo strette, i suoi anziani che ricordano tutto e i suoi giovani che devono ancora decidere se restare o partire e quando qualcuno ti chiede che cosa ci sia da fare, quassù, d’estate, puoi rispondere semplicemente:
Niente ed è proprio questo il bello.
Perché dopo una vita passata a correre, produrre, consumare, prenotare, organizzare e arrivare sempre da qualche parte, nella Laga puoi finalmente sederti davanti a una fontana, guardare una montagna e non fare assolutamente nulla.
Che, di questi tempi, è quasi una forma di rivoluzione. 

     Vittorio Camacci