Un tempo i briganti attraversavano questi monti per sfuggire agli eserciti, ai potenti e alle leggi degli uomini. Conoscevano ogni sentiero, ogni faggeta, ogni grotta della Laga. Erano uomini in fuga, ma anche uomini profondamente liberi.

Oggi quei briganti non esistono più.

Eppure continuo a camminare tra queste montagne con la certezza che il brigantaggio non sia mai finito. Ha soltanto cambiato volto.

Anch’io sono un brigante.

Non porto un fucile, non assalto viandanti e non vivo nascosto tra le rocce. La mia ribellione è diversa. Cammino controcorrente in un tempo che sembra aver smarrito il senso del cammino e della misura.

Attraversando la Laga ho imparato che il nemico non si nasconde più nei boschi.

Abita dentro di noi.

Sono le solitudini che divorano intere generazioni. Sono le dipendenze che imprigionano senza catene. È il rumore continuo che soffoca il silenzio. Sono gli schermi che ci tengono connessi con il mondo e sempre più lontani da chi ci vive accanto.

Viviamo nell’epoca della comunicazione e non siamo mai stati così incapaci di incontrarci davvero.

Abbiamo paura del prossimo, paura del diverso, perfino paura di noi stessi.

Le strade sono aperte, ma il cammino verso la nostra umanità sembra essersi interrotto.

Eppure la Laga continua a insegnare.

Ogni sorgente ricorda che anche l’anima ha sete.

Ogni bosco insegna che nessun albero cresce davvero da solo.

Ogni vetta dimostra che le conquiste più importanti richiedono fatica, tempo e pazienza.

Qui il silenzio ha ancora qualcosa da dire.

Ma la Laga non è minacciata soltanto dall’abbandono.

Lo è anche da chi arriva con parole rassicuranti e sorrisi di circostanza, promettendo rinascite facili e soluzioni miracolose.

C’è chi sale fin quassù non per amore di queste montagne, ma per raccogliere le poche briciole rimaste ai suoi abitanti.

Si presenta come salvatore, esperto, benefattore o innovatore.

Parla di rilancio, di sviluppo e di opportunità.

Poi, troppo spesso, riparte con qualcosa in più nelle proprie tasche, lasciando queste terre con qualcosa in meno.

Le aree interne non hanno bisogno di nuovi conquistatori.

Non hanno bisogno di passerelle, di slogan o di chi usa il loro dolore per costruire consenso, prestigio o interessi personali.

Hanno bisogno di ascolto.

Di rispetto.

Di persone capaci di restare anche quando i riflettori si spengono.

Il brigante della Laga ha imparato a diffidare di chi promette troppo.

Perché queste montagne insegnano che le cose vere crescono lentamente.

Come un castagno.

Come una faggeta.

Come la fiducia.

La libertà non arriva in un convegno.

La rinascita non nasce da un comunicato stampa e il futuro non può essere costruito da chi considera queste terre soltanto una tappa della propria carriera.

Il nostro tempo ci illude di aver sconfitto molti mali.

In realtà li abbiamo soltanto mascherati.

Abbiamo trasformato l’avidità in successo.

L’egoismo in ambizione.

La dipendenza in intrattenimento.

Il consumismo in felicità.

Corriamo tutti nella stessa direzione senza domandarci se quella strada conduca davvero da qualche parte.

Io scelgo di fermarmi.

Di ascoltare il vento.

Di sedermi accanto a un torrente.

Di lasciare che siano gli alberi e le pietre a ricordarmi ciò che conta davvero.

Essere un brigante oggi significa ribellarsi all’indifferenza.

Significa assaltare il conformismo.

Disobbedire alla superficialità.

Contrabbandare speranza dove circola soltanto paura.

Difendere la bellezza quando viene trattata come un lusso.

Proteggere la memoria quando tutto spinge a dimenticare.

Ricordare che nessuna tecnologia potrà sostituire un abbraccio, nessun algoritmo potrà insegnare la solidarietà e nessun denaro potrà comprare il senso di appartenenza a una comunità.

Continuo il mio viaggio lungo i sentieri della Laga perché queste montagne custodiscono ancora ciò che il mondo moderno rischia di perdere definitivamente.

Il senso del limite.

La dignità.

La fatica condivisa.

L’onestà.

La libertà autentica.

Forse il vero brigante del nostro tempo non è chi vive fuori dalla legge.

È chi ruba il tempo, la speranza, la dignità e il futuro delle comunità più fragili, convincendole che qualcuno dall’esterno verrà sempre a salvarle.

Io non ci credo.

Credo nelle persone che abitano queste montagne.

Credo nelle loro mani, nella loro ostinazione e nella loro memoria.

Credo che la Laga possa rialzarsi soltanto insieme ai suoi figli e a chi sceglie di camminare al loro fianco con umiltà, senza pretendere applausi o ricompense e se lungo questo cammino riuscirò ad aiutare anche una sola persona a guardare queste montagne con occhi nuovi, allora avrò compiuto il colpo più grande che un brigante possa desiderare.

Non rubare qualcosa alla Laga.

Ma restituirle un po’ della voce che troppo spesso le è stata portata via. 

     Vittorio Camacci