
Anno 279 a.C.
La legione guidata dal console Quinto Ogulnio Gallo avanzava con prudenza nella gola che collegava Surpicanum a Vicus Ad Aquas, un passaggio obbligato per raggiungere il cuore del Piceno. I soldati romani si muovevano in file serrate, protetti dai loro scudi, ma il silenzio pesante che li circondava sembrava un cattivo presagio. Il Tronto scorreva placido al loro fianco.
Il console, a cavallo, osservava con attenzione le rocce e i boschi sovrastanti. “Questa terra appartiene ai montanari, a quello che resta dei Celti, dei Sabini e dei Pretuzi,” disse al centurione Lucio Marcio. “Sono sicuro che loro difenderanno ogni palmo di essa con la vita. Ordina agli uomini di avanzare con cautela.”
“Console, sento che ci stanno osservando,” rispose Lucio. “Non si sono mai arresi del tutto, nemmeno contro avversari più numerosi.”
Poco più avanti, gli esploratori si fermarono bruscamente. “Console, abbiamo trovato tracce di un rituale.”
In una piccola radura, una pietra piatta era coperta di simboli tracciati con il sangue. Intorno, pennati conficcati nel terreno disegnavano un cerchio perfetto. Alcune statuette d’argilla raffiguravano guerrieri con i volti dipinti, mentre i resti di animali sacrificati emanavano un odore pungente.
Quinto esaminò la scena con attenzione. “È un rito per invocare il favore degli dèi. Non combattono solo con le armi, ma anche con le loro credenze.”
Dal crinale dell’ altopiano giunse il suono cupo di tamburi e corni. Quinto alzò lo sguardo e vide una processione di druidi, lucumoni e sacerdoti, seguita da un’onda di guerrieri. I montanari avanzavano in silenzio, formando un cerchio intorno ai romani. I tamburi scandivano un ritmo sempre più incalzante, mentre i guerrieri, armati di pennati, danzavano in sincronia, con movimenti che sembravano mimare la lotta.
“È una sfida e un avvertimento,” disse Lucio. “Ma anche un modo per caricare i loro animi.”
“Che si carichino pure,” rispose Quinto. “Il ferro romano spezzerà la loro resistenza, come ha già fatto in passato.
Quando il sole tramontò dietro le montagne, l’attacco scattò. I montanari, sfruttando la conformazione del terreno, colpirono da ogni lato. Dalle alture scesero frecce e pietre, seguite da guerrieri urlanti che si lanciavano contro le file romane con una ferocia inaudita.
“Formazione testudo!” ordinò Quinto. I soldati alzarono gli scudi, formando una barriera impenetrabile. Ma i montanari erano rapidi e agili, conoscitori di ogni sentiero e nascondiglio. Brandivano i pennati con una destrezza letale, fendendo l’aria con colpi rapidi e precisi.
Quinto, al centro della formazione, dava ordini con voce ferma, dirigendo i suoi uomini con maestria. “Avanzate! Non cedete un passo!”
Il combattimento si protrasse a lungo. I romani, ben addestrati e protetti dalle loro armature, riuscivano a resistere, ma ogni metro guadagnato era un tributo di sangue. I montanari, nonostante le perdite, sembravano alimentati da una forza indomabile. I loro canti di guerra non si spegnevano, nemmeno quando i caduti cominciavano a sommarsi.
Alla fine, l’organizzazione romana ebbe la meglio. I montanari iniziarono a ritirarsi, sparendo tra gli alberi e le rocce, come ombre svanite nel crepuscolo. I tamburi cessarono, e nella gola cadde un silenzio carico di tensione.
Quinto osservò il campo di battaglia. I corpi dei montanari giacevano accanto a quelli dei legionari. Il Tronto scorreva portando rivoli di sangue ma la vittoria era chiaramente romana.
“Abbiamo vinto,” disse Lucio, avvicinandosi. “Ma il prezzo è stato alto.”
Quinto annuì, ma il suo sguardo era fisso sulle alture. “Non abbiamo spezzato il loro spirito,” disse. “Questi popoli non si piegheranno facilmente. Torneranno, forse più forti e più determinati. I loro dèi non li abbandonano.”
Lucio si girò verso i soldati, che raccoglievano le armi dei nemici e curavano i feriti. “Cosa faremo ora?”
“Proseguiremo,” rispose Quinto. “Ma ricordati: queste montagne non ci appartengono. Siamo solo di passaggio e loro lo sanno.” Quella notte, nella gola, i romani si accamparono in silenzio. Ma poco distante, sulle alture, si udivano ancora i canti dei montanari. Non erano grida di dolore o lamenti per i caduti, ma inni di resistenza e orgoglio.
Quinto, seduto vicino al fuoco, ascoltava. Sapeva che quella campagna era solo l’inizio di una lunga lotta. Gli ultimi Celti, i Sabini, i Pretuzi avevano perso una battaglia, ma non la loro volontà di combattere e mentre il fuoco si spegneva, Quinto capì che Roma poteva conquistare terre e città, ma non avrebbe mai posseduto il cuore di quei popoli liberi e fieri.
Vittorio Camacci