
Quando ero bambino, ogni primo maggio scendevamo alla fiera di Borgo di Arquata. Era una festa vera: tante bancarelle, giocattoli e dolci, attrezzi agricoli, bestie legate alle corde e quell’aria di primavera che sapeva di erba schiacciata e odore di pesce fritto. Mio nonno, che non tornava mai a casa a mani vuote, finiva quasi sempre per comprare un maialino che protestava dentro un sacco di juta. A un certo punto, come fosse parte del rito, si fermava e indicava il vecchio convento di San Francesco. «Frappì,» mi diceva con l’aria di chi sta per raccontarne una grossa, «lo sai che lassù una volta un frate volle fare il mestiere del Signore?» E partiva sempre con la stessa storia: nel convento viveva Fra Simone, uomo pio e convinto di avere le idee molto chiare su come andavano sistemate le ingiustizie del mondo. Pregava davanti al Crocifisso e ripeteva: «Signore, fammi fare giustizia come la faresti Tu». Una sera sentì nel cuore una risposta: «Va bene. Sali tu sulla croce. Ma a un patto: non parlare». Il frate, sicuro di sé, accettò. Il giorno dopo, al posto del Cristo, c’era lui, immobile e muto.
Entrò un uomo ricco del paese con un sacchetto di monete: voleva comprare per due soldi la fattoria di una vedova rimasta sola. Si inginocchiò distrattamente e nel rialzarsi perse il sacchetto senza accorgersene. Il frate vide ma tacque. Poi entrò un povero di Piedilama, con sette figli a casa e il pane contato. Pregò, vide il sacchetto, tremò, lo prese e scappò. Il frate si agitò, ma ricordò la promessa. Infine entrò un giovane con la valigia di cartone: partiva per l’America. Chiese protezione per il viaggio. In quel momento tornò il ricco con i carabinieri: accusarono il giovane. Il frate non resistette e gridò: «È innocente!». La voce del Crocifisso sconvolse tutti. Rifecero le indagini, liberarono il ragazzo, arrestarono il povero, restituirono i soldi al ricco. La sera il Signore rimproverò Fra Simone: «Ti avevo chiesto di tacere. Il ricco stava per fare un’ingiustizia; il povero aveva bisogno e avrei mosso i cuori; il giovane ora sta naufragando e un giorno di carcere lo avrebbe salvato. Tu volevi fare giustizia, ma non vedevi lontano».
Qui mio nonno si fermava sempre. Tirava la corda del maialino che grugniva come se volesse dire la sua e mi fissava serio: «Hai capito, Frappì?». Io, che ero chiacchierone, partivo in quarta: «Sì, nonno, vuol dire che bisogna sempre…» Lui mi metteva una mano davanti alla bocca: «Oh! Calma. Vedi? Pure tu vuoi metterti al posto del Signore e manco sai contrattare un maiale».
Poi abbassava la voce come se stesse rivelando un segreto enorme: «Ricordati una cosa, Frappì. Nella vita non è sempre il più furbo che ha ragione e non è sempre quello che parla di più che sistema le cose. A volte il bene cammina piano e tu se ti metti in mezzo lo fai inciampare». Io cercavo di ribattere, ma lui scoppiava a ridere: «E poi, diciamolo… se stai zitto, magari imparerai qualcosa. Guarda me: parlo tanto, ma quando conta davvero, ascolto».
Poi mi dava una pacca sulla testa e concludeva con quell’aria da fiera del primo maggio, tra un campanaccio e un grugnito: «La Provvidenza governa il mondo, Frappì. Noi al massimo possiamo imparare a non rovinarle il lavoro e se proprio vuoi fare il saggio… comincia dal silenzio».
Il maialino continuava a protestare, io continuavo a pensare, mentre capivo che sotto le sue burle c’era una lezione grande: la vera sapienza non è gridare “ho ragione”, ma fidarsi anche quando non capisci tutto, sapere quando è il momento di parlare… e, soprattutto, quando è meglio tacere.
Vittorio Camacci