
Che morso da affamato, da squalo, da cancro ha la lontananza.”
Capodacqua si distende come un respiro sospeso tra cielo e terra, un luogo dove il tempo si piega su se stesso tra vuoti, quello che resta di poche macerie, tubi di acciaio e case isolate lungo la provinciale che sale a Forca Canapine, dove poche abitazioni rinate appaiono più come isole di vita che come vere case, circondate dal vasto cantiere in cui il grande scavo dell’acquedotto pulsa come un cuore invisibile pronto a donare linfa a strade deserte e piazze che ricordano. In mezzo a questo paesaggio di ferro, cemento, fango e rivoli d’acqua, qui l’ acqua è da tutte le parti, emerge l’antico tempietto ottagonale della Madonna del Sole, la pietra modellata da mani dimenticate che riflette il sole come se custodisse segreti antichi, perché l’ottagono stesso, ponte tra il quadrato della Terra e il cerchio del Cielo, non sembra una semplice forma architettonica ma un simbolo vivo e silenzioso tra ciò che fu e ciò che sarà, le sue superfici raccontano storie di luce e ombra, di sole e luna che si intrecciano in un linguaggio che parla al cuore prima che agli occhi, mentre i simboli scolpiti sulla facciata sembrano parlare di eternità e provvisorietà, di cicli che si chiudono e si riaprono. Quando la notte cala, la luna piena si riflette nei tubi argentati del grande cantiere idrico e il silenzio diventa denso, quasi tangibile, le luci intermittenti dei fari disegnano ombre che si allungano come antenati senza volto che camminano tra le impalcature, mentre, dentro le mura restaurate del tempietto le immagini della Vergine tra le nuvole, la Deposizione, l’Assunzione e la Madonna del Sole con il Bambino seduto in trono raccontano di confini segnati da apparizioni nella nebbia e di miracoli che un tempo fermarono battaglie per pascoli, intrecciando acqua, pietra e memoria in una tela sacra che nessuna polvere di cantiere potrà cancellare ed è come se le figure dipinte non fossero semplici affreschi ma presenze vive, testimoni di un passato che rifiuta l’oblio e di un futuro che chiede di farsi strada tra le rovine. Capodacqua non è solo un cantiere fatto di rumore di betoniere e gru che lavorano incessanti, ogni colpo di martello sembra segnare un passo verso un domani possibile, è il respiro lento dei tubi che si intrecciano sotto terra in vista dell’acquedotto, è la promessa delle reti di luce e servizi che un giorno illumineranno le vie e le piazze che oggi sono solo ferro e polvere, è la brezza notturna che attraversa il tempietto e pare sussurrare cosmologie antiche, una voce che parla di una comunità ancora viva, di un luogo che non è morto ma in attesa, dove ogni simbolo scolpito, ogni raggio di luna riflesso nella pietra e ogni affresco restaurato suggerisce che il futuro non è soltanto case da costruire e tubi da interrare ma narrazioni di memoria e promessa, perché Capodacqua sotto la volta stellata sembra interrogare se stessa e il tempo stesso, come se il tempietto pulsasse come un cuore antico e le immagini sacre fossero presenze vive. Io sento l’ anima di questo paese sospeso tra ieri e domani che continua a respirare, tra ombra e luce, in attesa di voci, di passi, di acqua che scorre e di case finalmente abitate.
Vittorio Camacci