
Scrivo, come sempre, dal Cratere, dove le Feste sono diventate un optional, come gli airbag nelle utilitarie degli anni ’90. Qui le campane non suonano più: sono finite sotto qualche appalto o forse suonano ma non le sente nessuno, troppo impegnato a fare i conti con la nuova divinità locale, sua maestà il Dio Denaro. Una religione molto partecipata, eh: zero preghiere, solo fatture.
Ogni dicembre assisto da spettatore svogliato alle solite guerre altrove: presepe abolito, presepe imposto, Jingle Bells depurato da Gesù come fosse un panettone per intolleranti. Qui nel Cratere invece il problema non si pone: non c’è nessuno abbastanza vivo per offendersi. Le tradizioni? Le abbiamo perse per sfinimento, mica per rispetto. Sono evaporate come l’acqua termale al primo soffio di vento.
Il Natale, quello vero, si è smarrito tra un container e un immobile nuovo fiammante che profuma di silicone fresco e di antidepressivi. Hanno ricostruito i muri, sì. Le persone no. Forse perché non rendevano.
Così i paesi stanno rinascendo, ma non tutti, come centri commerciali senza negozi: lucidi, perfetti, inutili. Le strade, talmente dritte da sembrare progettate da un geometra innamorato della livella. Le piazze, così nuove che nessuno osa sporcarle. Sono luoghi che non hanno visto una risata da anni, ma in compenso hanno visto tanti bonifici.
Intanto noi, superstiti con la schiena curva e la pazienza finita, viviamo tra SAE che marciscono e case ricostruite come fosse tutto un set cinematografico: perfetto per le foto, vuoto per la vita. A dicembre poi l’effetto raddoppia. Un tempo bastava una porta socchiusa, un bicchiere di vino, una mano sulla spalla. Oggi se provi a bussare qualcuno pensa che gli stai portando una pratica o, peggio, che vuoi socializzare.
Dio, qui, non lo nomina più nessuno. Non per laicità o rispetto interreligioso: semplicemente perché, diciamolo, non ci crede più nessuno che guardi ogni giorno le macerie trasformarsi in opportunità di guadagno. Il sacro non regge il confronto con il cemento armato. Anche l’anima, a lungo andare, si adegua ai materiali della ricostruzione: un po’ rigida, un po’ fredda, un po’ a norma e poco a cuore.
Il risultato? Un Natale silenzioso come un ufficio comunale alle quattro del pomeriggio. Din don dan, risponde l’eco. Le campane rimbalzano tra i ponteggi e tornano indietro stanche, come noi.
Eppure, sarà la testardaggine di chi è rimasto, o la disperazione di chi non vuole diventare un fantasma, ogni tanto un briciolo di Natale riaffiora. Lo trovi quando qualcuno ti apre la porta senza guardarti con sospetto; quando una mano ti passa un piatto senza presentarti il conto; quando in un vicolo scende una voce, magari roca, magari sola, che ricorda un canto di un tempo lontanissimo.
È poca cosa, lo so. Una miseria poetica.
Ma in mezzo a tutto questo teatro del cemento, è tutto ciò che resta delle nostre Festività.
Eppure, tutto questo, incredibilmente, basta. Grazie Gesù, ” Luce di Divina Speranza”.
Vittorio Camacci