
Oggi 11 dicembre Giornata Internazionale della Montagna voglio parlarvi delle mie terre, Laga e Sibillini, tra silenzio, abbandono e desiderio
Quando si parla di “montagna” si rischia sempre di semplificare. O di abbellire. O, al contrario, di compatire. Io lo so bene, perché vivo e guardo ogni giorno due catene che stanno una accanto all’altra ma raccontano storie diverse: i Monti della Laga e i Monti Sibillini. Due mondi che condividono crinali, vento e neve, ma che oggi incarnano tutte le contraddizioni della montagna italiana.
La Laga è la montagna ruvida. Bosco fitto, acque ovunque, pendii instabili, paesi piccoli, spesso feriti dal sisma. Qui la montagna non è cartolina: è fatica quotidiana, isolamento, servizi che mancano o arrivano tardi. Qui lo spopolamento non è una parola astratta, ma una casa chiusa, una scuola accorpata, un presidio sanitario che si allontana. È la montagna che rientra perfettamente nella definizione costituzionale di “zona svantaggiata”, ma che troppo spesso resta solo una categoria statistica.
I Sibillini, invece, hanno conosciuto almeno in parte, fino al sisma 2016, un altro destino. Più noti, più raccontati, più “desiderati”. Il turismo escursionistico, i borghi più attrezzati, una certa narrazione naturalistica ed eroica li ha resi più appetibili. Ma anche qui la montagna non è tutta uguale: accanto ai paesi che riescono ad attrarre visitatori e nuovi residenti, ce ne sono altri che continuano a svuotarsi, lontani dai flussi e dalle attenzioni.
È questa la grande contraddizione che chi vive davvero la montagna conosce bene: non esiste una montagna sola, ma molte montagne, anche dentro pochi chilometri. Zone povere e spopolate convivono con aree più turistiche e “vendibili”. A volte basta una strada migliore, una vista più aperta, un nome più conosciuto per cambiare il destino di un paese.
Eppure, Laga e Sibillini condividono una ricchezza che non entra facilmente nei bilanci: il silenzio, il buio notturno, l’acqua, lo spazio, il tempo lento. Beni intangibili che oggi tornano ad avere valore, soprattutto per chi fugge dalle città. Ma attenzione: senza servizi essenziali, questi beni restano un lusso per pochi o una parentesi turistica, non una base per tornare a vivere stabilmente.
Il rischio è sempre lo stesso: da una parte la montagna-vetrina, raccontata solo quando è bella e performante; dall’altra la montagna-assistita, vista come un problema da tamponare. In mezzo restano territori come la Laga, che non chiedono compassione ma condizioni minime di dignità: scuole, sanità, mobilità, presenza dello Stato.
Se l’11 dicembre, Giornata internazionale della Montagna, deve avere un senso, allora dovrebbe servire a questo: ascoltare le montagne reali, non quelle immaginate. Capire che la Laga non diventerà mai Sarnano, Ussita, Castelluccio, Fiastra, io spero che non lo diventi, e che i Sibillini non possono essere solo un parco da consumare. Sono territori vivi, complessi, contraddittori, come chi li abita.
Le mie montagne non chiedono celebrazioni. Chiedono di non essere raccontate a metà.
Vittorio Camacci
Un racconto che fotografa perfettamente le nostre realtà, ma noi viviamo qui caro Vittorio e nonostante tutto continuiamo ad amarli , e mai li cambieremo con nessun altro posto, ma soprattutto non molleremo mai…