Il mattino era passato in silenzio, con il bosco che respirava piano come un animale antico. Sotto i cerri del versante boreale, dove la terra conserva più memoria che umidità, il cercatore di tartufi avanzava insieme al suo cane. Si muoveva senza fretta, con quel passo un po’ schivo che hanno gli uomini che hanno visto troppo per correre ancora.

Quando il cane raschiò piano sotto un ceppo, lui si chinò, sollevò una manciata di foglie e ne venne fuori un piccolo tartufo nero, rotondo e profumatissimo. Ne trovò un altro poco dopo. Poi si fermò. Non perché non ce ne fossero altri, ma perché due erano sufficienti. A casa lo aspettavano la moglie, due figli già grandi e una cena semplice che sarebbe bastata a far sembrare piena quella giornata.
Uscì dal bosco che il sole stava scivolando dietro le creste del Vettore. Sotto di lui la valle mostrava le ferite: gru, betoniere, SAE incastrate tra il fiume e la Salaria come scatole di latta. Pescara del Tronto non era più un paese, era un ricordo spostato qualche centinaio di metri più in là. Lui, che lì ci era nato, ci tornava ogni giorno come si torna a un altare distrutto.
Proprio mentre stava per incamminarsi lungo la sterrata, sentì il rombo di un motore. Un fuoristrada lucido, troppo lucido per quelle strade. Ne scese un uomo elegante, profumo forte e occhiali scuri.
‘Buon pomeriggio”, disse l’elegantone “vedo che hai fatto raccolto”.
Il cercatore sollevò il cestino a tracolla: solo due tartufi.
” M’abbastene”,  rispose.
L’ elegantone rise piano, come chi sa già la soluzione di un gioco.
“Abbastanza? Ma dai! Con quella tecnica e con il cane che hai, potresti restare nel bosco fino a sera. Potresti trovare cinque volte tanto! Vendermeli tutti, guadagnare bene, mettere da parte soldi… Con il tempo potresti comprarti altri cani, aprire una piccola ditta, allestire un furgone frigo, rifornire ristoranti importanti. Addirittura andare sui mercati di Roma!
Il cercatore non rispose subito. Si voltò invece verso la montagna, come per chiedere conferma a qualcuno invisibile.
L’ elegantone insistette: con tutti quei guadagni potresti cambiare vita! Una casa nuova, magari lontano da qui… un posto dove non si parla solo di ricostruzione. Un’esistenza tranquilla! E quando sarai ricco… potrai finalmente goderti la famiglia, passeggiare solo per hobby, andare a raccogliere funghi e tartufi solo per piacere, senza pensieri.
Il cercatore sospirò. In quel sospiro c’erano le notti passate fuori casa dopo il terremoto, il rumore di pietre che crollavano come gocce d’acqua, i nomi degli amici che non avrebbe potuto rivedere. C’era la consapevolezza che, dopo aver perso un paese intero, non si desidera più una vita migliore: si desidera una vita normale. Ma una vita normale, per chi ha conosciuto il terremoto, non esiste più davvero. Si può solo imparare a vivere in equilibrio con l’assenza.
” Che c’iaie da fa chi li sorde”, disse infine. ” Ijji cerche sole la pace. Quella che c’ iavi’ prima… e che nin sacce se la ritroveraie. Quanne venghe jecche stai be’, crude-crude, la vita è la mia mica la tua”.
L’uomo elegante sembrò disorientato. Non era abituato a risposte che scrostano la pelle e vanno dritte all’osso.
Il cercatore aggiunse:
“Spirimme che Die mo’ ci dà la pace, nin vulimme di più. E duma’ si vedrà”.
L’ elegantone rimase per un attimo in silenzio, come se le montagne gli avessero tagliato la voce. Poi risalì in auto e ripartì lentamente, senza la sicurezza di prima.
Il cercatore rimase lì, con il suo cane e il suo cestino leggero.
Il vento della Laga gli accarezzò il volto come una promessa antica e per un attimo capì che la vera ricchezza, dopo un paese crollato, una vita centrifugata, rovesciata, è non desiderare altro che un giorno qualunque, finalmente normale.
Un giorno che profuma di terra, di bosco e di una casa che aspetta.

     Vittorio Camacci