Nell’aprile del 1606 Battistella da Monte Guidone, lo chiamavano anche “da Fermo”, perché quel nome gli era rimasto addosso come un’ombra, aveva già scampato agguati, poste nascoste nei valloni, tradimenti nei boschi e lame sguainate dietro siepi. Da anni gli sgherri superstiti di Marco Sciarra gli davano la caccia. Non erano molti, ma erano ostinati: Sciarra era stato signore di tagli e fuoco, un brigante galantuomo, una leggenda di crudeltà e audacia e gli ultimi fedelissimi volevano dargli almeno la consolazione di una vendetta. Così, quel giorno, Battistella aveva oltrepassato il Passo di Galluccio con la speranza di trovare riparo almeno per qualche ora. Vide la locanda della Sponga e provò a chiedere alloggio, ma l’oste lo respinse con un cenno secco. “È piena,” disse. Era vero: troppi avventori, troppa confusione. Ma gli occhi dell’oste avevano un timore che si cercava di nascondere dietro la voce ferma. Battistella colse quel tremito e colse anche l’altro dettaglio: appena voltato il cavallo per riprendere il sentiero, vide due figure a cavallo uscire dall’ombra del retro, come se avessero atteso un segnale. Due ceffi duri, armati di archibugi corti e coltelli ricurvi. Li riconobbe: erano uomini che avevano servito Marco Sciarra, uno lo aveva visto anni prima lungo le gole del Salinello, quando Sciarra dominava quei luoghi come un re oscuro.
Proseguì a passo teso per quasi un miglio, finché apparve la locanda di Santa Gemma, con la sua torre massiccia che dominava la piccola piazza d’armi lastricata. Due guardie del contado di Arquata sorvegliavano la torre e quell’ordine apparente diede a Battistella una fitta alla gola invece che sollievo: l’ordine era sempre stato il suo nemico. Vide le guardie girare il volto verso di lui; vide negli occhi loro un lampo di sospetto. Non poteva rischiare. A pochi passi dalla locanda, invece di legare il cavallo al ” facciombre” sul muro deviò verso la cappella gotica di Santa Gemma. Si avvicinò alla porta e bussò una sola volta, rapido, come se il suo destino dipendesse dal tempo di quel colpo.
Fu Donna Crisoria ad aprire, sui cinquant’anni, di bella struttura ancora forte, il volto scavato da un’esistenza di fedeltà silenziosa ai luoghi sacri più che alle persone. Occhi scuri, lucidi, pronti a valutare la verità di un uomo più in fretta di un giudice. Fu lei a fargli cenno di entrare. Battistella entrò e rimase folgorato dagli affreschi: sulla parete dietro l’altare, la Madonna col Bambino con ai lati due angeli dalle ali ampie color lapislazzuli e ocra, così vivi che sembravano muoversi nella penombra. Sopra di essi, la figura di Santa Gemma di Saintonge avvolta dalle fiamme, il volto sereno come chi accetta il martirio. Le fiamme, dipinte con rossi e oro che sembravano reali nella luce tremolante della cappella, gli scossero il cuore. Non era uomo da preghiere, ma in quell’istante una parola gli si formò sulle labbra, appena un soffio.
Fu allora che udì lo scalpiccio dei cavalli sulla piazza d’armi. I due sgherri erano arrivati.
Donna Crisoria, nel ricordarlo anni dopo, diceva che il suo sangue si era gelato quando aveva visto dallo spiraglio della porta quelle due bestie a cavallo, uomini con gli occhi che non guardano ma puntano, come lame. Aveva capito che quell’uomo braccato, sudato, con la barba nera irregolare e la mano sempre vicina all’elsa, era l’obiettivo. Eppure lo aveva lasciato entrare. “La cappella protegge,” mormorava sempre, “fino a quando può.”
Uno degli sgherri, quello che tutti chiamavano il Mancino, ricordava diversamente. Per lui non era una cappella: era un buco di roccia dove uno come Battistella avrebbe dovuto morire. Lo cercavano da anni. Era stato lui, Battistella, a sgozzare Sciarra, a soffiare informazioni ai Birri papalini per cavarsi d’impaccio. “Traditore,” diceva il Mancino sputando per terra. Così quel giorno, quando l’oste della Sponga gli fece il cenno pattuito, era partito subito all’inseguimento.
Battistella cercò rifugio nella sacrestia, ma Donna Crisoria iniziò a gridare: “Fermatevi! Non profanate il santo luogo!” La sua voce squarciò il silenzio e le guardie della torre irruppero nella cappella. La colluttazione fu feroce: Battistella si scagliò contro di loro come un animale braccato, riuscendo a scaraventarne uno contro la balaustra di pietra dell’altare. L’altro cercò di afferrarlo, ma lui lo colpì con la spalla e scappò fuori nella piazza, dove i due sgherri lo attendevano.
Nella memoria di Donna Crisoria, Battistella uscì come una fiaccola di furore, il mantello che gli svolazzava come un’ombra, il respiro come un rantolo. Vide i due sgherri avanzare, uno da destra e uno da sinistra, come lupi che stringono la preda. Battistella fece un ultimo tentativo: un balzo verso il muro della torre, cercando un varco per fuggire dietro la locanda. Ma il Mancino gli fu addosso. La lama gli affondò nel fianco; Battistella riuscì a colpire il secondo sgherro alla gola, facendolo cadere. La piazza d’armi si riempì di un silenzio improvviso, rotto solo dal fiato dei cavalli.

Il Mancino della Vallonina, ansimante, guardò Battistella crollare in ginocchio, il sangue che si allargava sulle pietre. “Per Sciarra,” disse soltanto. Battistella, sputando un fiotto di rosso, rispose con un mezzo sorriso: “Sciarra era un diavolo… e voi andrete all’ inferno con lui.”

Cadde pochi istanti dopo, il capo reclinato verso la cappella.
Donna Crisoria diceva che, in quell’ultimo sguardo, vide nei suoi occhi la stessa luce delle fiamme dell’affresco di Santa Gemma: una luce di resa e insieme di sfida, come se sapesse che la sua storia non sarebbe morta lì.
La notizia del suo assassinio corse sui monti della Laga come vento. Dai villaggi, alle gole e le forre, dalle valli verdeggianti fino alle case sparse tra i castagneti, si raccontò che Battistella da Monte Guidone era finalmente caduto, vendetta compiuta per Marco Sciarra.
Era il 1606 e nella valle, sotto la maestosità del Vettore, nessuno dimenticò quel giorno in cui la piazza d’armi di Santa Gemma si tinse di sangue e divenne leggenda. 

     Vittorio Camacci