
“E io vidi genti che, tra pietre cadute e mura spezzate, più si dilettavano di convitti che di verità.
Per più fiate li occhi ci sospinse quella distruzione, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Nel mezzo del cammin della ricostruzione,
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via della giustizia era smarrita
Là dove credevo udire il suono dei martelli e dei cantieri,
s’ udiva invece clangore di tamburi e
grida di feste,
e vidi schiere di uomini e donne,
tra calici e fuochi d’artificio,
imbandire mense contenti del poco che
scende dalle corti dei potenti
Così io rimasi, col volto scolorito,
e pensai che “solo un punto” basterebbe
non a vincere per trascinare giù,
ma a vincer per destar coscienze.
E vidi pochi che ancora levano gli occhi
alle macerie non per piangere,
ma per ricostruire e con essi
volli camminare,
ché meglio patire con chi lotta
che gozzovigliar con chi tradisce.’
È pittura e scultura di macerie, è cinema e teatro del dolore la lingua di quei borghi spezzati dal sisma. Ogni pietra racconta una storia che non ha ancora trovato pace. Ma da qui, in questi anni, muove uno spettacolo assai diverso: quello di comunità che, anziché interrogarsi sulla verità della ricostruzione, preferiscono la via comoda della festa, della sagra, del contributo facile da spendere. Così, tra tavoli imbanditi e luminarie, il dramma collettivo si dissolve in gozzoviglia e il canto della denuncia si spegne.
È ipocrisia che stride: perché la voce dei cittadini, un tempo scossa e roca come quella di Francesca, avrebbe potuto farsi narrazione dolente e forza di resistenza; invece si riduce a coro compiacente, a mormorio che consola amministratori e politici intenti a tagliare nastri e a farsi largo nei bilanci. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo in cui si chiedeva trasparenza e dignità e accorgersi che ora il tempo felice è diventato quello dei contributi per “fare festa”.
[Rifletterebbe Dante, oggi, che il punto vincente non dovrebbe essere la resa, ma il risveglio. Che quella sciabolata di luce nel cuore umano basterebbe a chiamare tutti a convergere, a rinsavire. Non per continuare a precipitare come pecore matte nel banchetto dell’oblio, ma per emergere alla coscienza di un orizzonte diverso: quello in cui la ricostruzione è giustizia e dignità, non banchetto per i pochi.]
Eppure la “macchina narrante” della ricostruzione, piani, progetti, conferenze, continua a scorrere come partitura stonata. Le cifre si mescolano ai brindisi, le carte bollate alle feste patronali. Invece lo spazio intorno a noi, quello che dovrebbe essere cantiere e rinascita, diventa invece scenario di una commedia paradossale: muri ancora abbattuti e, a fianco, tavolate colme; cantieri deserti e, accanto, piazze illuminate a festa.
Nella selva oscura della burocrazia e delle clientele, Virgilio non c’è e non c’è neppure Beatrice a dissolvere i dubbi. Restano Caronte e gli ignavi: amministratori che remano solo per i propri interessi e comunità che, nel loro silenzio, si adagiano e si lasciano battere dal remo.
È qui il confronto incessante tra la sostanza umana che dovrebbe ribellarsi e quella che invece si accontenta. Un punto basterebbe per alzarsi e gridare, ma quel punto viene consumato in un brindisi. Così l’amore per la propria terra, che dovrebbe sublimare e innalzare, si piega in amore che uccide: il poeta moderno ne è sopraffatto, e venni men, sì com’io morisse.
Ma il viaggio continua: perché, anche se i più si rifugiano nella festa, pochi rimangono a cercare ostinatamente quel punto che non vinca per addormentare, ma per risvegliare. Ed è con loro, pochi e privilegiati viaggiatori, che bisognerà riprendere il cammino. Perché non bastano le luminarie a nascondere le macerie, e non basterà un banchetto a comprare la memoria.
La verità è semplice e feroce, c’è la resa morale di comunità che, invece di pretendere cantieri, trasparenza e verità accettano di fare da cornice a chi usa il terremoto come bancomat. Il cratere è ormai un palcoscenico, il dramma è diventato spettacolo: le sagre, le feste, le rievocazioni, i fuochi d’artificio sono anestetici che spengono le coscienze.
Se le persone non torneranno a pretendere giustizia, i paesi non esisteranno più e ogni festa sarà una danza sopra l’ asocialità.
Vittorio Camacci
“panem et circenses” oppure “Franza o Spagna purché se magna”. Sono questi i detti che hanno caratterizzato x secoli il comportamento degli italiani. L’uno e l’altro però coincidono con i periodi più bui della nostra storia. Il primo quando ormai Roma non era più il faro della civiltà e del diritto e il secondo coniato dal Guicciardini quando la nostra Patria era diventata un bordello su cui gli altri popoli si spartivano i resti delle antiche virtù. Oggi la storia sì ripete e a noi non resta che chiuderci a riccio, in attesa che il buon senso torni a governare le menti dei più!!
L illusione che stando buoni e in silenzio, la ricostruzione avrebbe avuto tempi brevi