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Santa Ijata “crespellara” ( Sant’ Agata frittellara ).

A Spelonga, la sera del 4 febbraio, le fiamme del Falò di Sant’ Agata si alzano alte sulla piazza omonima per scaldare la fredda serata di inizio febbraio e bruciare i cattivi ricordi dei freddi ” giorni della merla” appena conclusi. Questa tradizione trae origini dai tempi antichi quando il fuoco era un elemento purificatore che segnava un momento di catarsi e di buon auspicio per la primavera imminente. Gli antichi celti illuminavano la campagna con i fuochi per celebrare la vittoria della luce sul buio, con la speranza di avere raccolti abbondanti. Con l’ avvento del cristianesimo la festa di Sant’ Agata, così come quella della Candelora, divenne religiosa e si celebrò in onore della Santa Patrona del paese per ricordare il martirio della Santa Catanese che visse nel III secolo d.C.. Esponente di una famiglia patrizia catanese, da giovane consacrò la sua vita alla religione cristiana. Di lei s’ innamorò il governatore romano Quinziano che decise di volerla per se. Agata fuggì a Palermo, per rifugiarsi in una villa di famiglia, ma Quinziano la scovò e la fece tornare forzatamente a Catania, dove tentò di sedurla in ogni modo. Al rifiuto deciso della vergine la perseguitò in quanto cristiana e la fece martirizzare mettendola a morte nel pomeriggio del 5 febbraio del 251. Secondo la storia, invaghito della ragazza, Quinziano colmo di furore per il rifiuto della stessa, le fece strappare i seni con enormi tenaglie. La giovane guarì dopo una visione ed allora il console la condannò al rogo. Un forte terremotò evitò l’ esecuzione, allora la Martire fu tolta dalla brace e morì, alcune ore dopo, in una cella. Il culto di sant’ Agata si diffuse presto in tutta la cristianità, accresciuto dei numerosi miracoli che si verificarono dopo la sua morte, assumendo forme che secondo alcuni conservano una lontana eco dei misteri legati alla Dea Sicinna o Sicina, una ninfa del corteo dionisiaco. Ma chi era questa Dea ? Dov’ era venerata? Immaginate musicanti che suonano flauti e tamburi. La musica scatena le voglie dei satiri che si lanciano alla cattura di ninfe. Gli odori primordiali del bosco scatenano le voglie degli uomini fino a farle dissolvere nel rito orgiastico. Queste erano le immorali danze in onore della fascinosa e misteriosa Dea Sicinna legata alla natura dei boschi. Il ballo era fatto di saltelli tacco e punta, braccia e gambe che si agitavano al ritmo crescente di flauti e tamburi, fino ad arrivare al massimo fervore erotico. Il senato romano non vedeva di buon occhio queste pratiche perché la forza di Roma dipendeva dal lavoro di migliaia di schiavi ed il culto della ninfa Sicinna si ispirava troppo alla libertà ed era pieno di licenziosità. Quindi nel 186 a. C. si decise di vietare queste danze in tutto l’ impero. Gli antichi abitanti delle nostre zone, lontane dal controllo di Roma, continuarono a praticare questi riti in due luoghi sacri : uno sulla sinistra orografica del Tronto nell’ attuale sito dove sorge la chiesetta di Santa Gemma ed un’ altro sulla destra orografica del fiume, dove ora si trova la chiesa della Madonna dei Santi. Balli e visite ai templi continuarono indisturbati per altri secoli ma con il passare del tempo questi riti si inchinarono alla pudicizia del cristianesimo. Le vestali Sicinere divennero fate della profetessa Sibilla ed in alcuni casi della maga Alcina nell’ immaginario popolare. Ed ecco che gli antichi templi si trasformano in simboli di rinascita come “Santa Gemma”, per festeggiare in modo cristiano il sopracitato risveglio della natura. Le origini pagane furono così cancellate dalla tradizione cristiana con la sovrapposizione di santi. Allora la frittella di farro mista a sale ( la mola salsa ) preparata dalle vergini vestali nei ” lupercali ” diventa la ” pizza di Sant’ Agata ” preparata da una vergine cristiana per i poveri così come la simpatica lotteria  a sfondo amoroso-sessuale, che sempre nei ” lupercali” , tramite bigliettini, accoppiava giovani vergini con aspiranti uomini-lupo divenne nel V secolo d. C. una nuova festa cristiana nota come San Valentino o festa degli innamorati. Terminato questo antefatto storico, torniamo alla nostra Santa Patrona, che per le circostanze del martirio, venne associata all’ egida delle balie e delle madri ed invocata contro le malattie del seno, protegge dalle bruciature, le eruzioni vulcaniche, il fuoco, il terremoto. Ecco perché, quando l’ antico insediamento di origine romana ” Floribus Aspergo ” che allora si ergeva intorno ad un ” Castrum  Romano ” fu distrutto da un terremoto e da un incendio, i suoi abitanti si divisero tra Grisciano ed Aspelonga venerando come patrona protettrice la Martire di Catania. Per festeggiarla degnamente, sin dal primo mattino, tutti i ragazzi del paese, il giorno del 4 febbraio, si spargevano di corsa per i vicoli gridando : “fascetta, fascetta” ! Tutte le famiglie si privavano volentieri di una fascina, di vecchi pezzi di legno o tutto quello che potesse bruciare. Il tutto, mischiato a fasci di resinoso ginepro veniva ammassato attorno ad un palo al centro della piazza. Nel tardo pomeriggio il falò veniva benedetto dal parroco ed acceso. Quando stava per spegnersi tutti andavano a prendere un tizzone per devozione conservandolo poi in casa come reliquia. Quando durante l’ anno, c’ era una minaccia incombente di tempesta o temporale, esso veniva messo fuori dalla finestra come talismano. Il giorno successivo, dopo la Santa Messa, per tradizione venivano distribuiti a tutti pezzi di pizza benedetta, come abbiamo prima detto, per ricordare la carità della martire catanese verso i poveri. Nei tempi passati erano le donne del paese che la preparavano con l’ impasto del pane. Specialmente noi bimbi la stringevamo tra le mani e con contentezza la mangiavamo a bocconi risicati, per timore reverenziale verso la martire cristiana.

                     Vittorio Camacci

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