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LA PASQUETTA EPIFANIA

La Pasquella è un canto legato ai rituali di questua del solstizio d’ inverno. Essa prende il nome da una canzone tradizionale, di origine contadina, cantata la sera del 5 gennaio da una gruppo di cantori spontaneo che, accompagnati da campanelle e strumenti musicali portano di casa in casa l’ annuncio della nascita del Messia, richiedendo cibi e bevande, augurando la buona sorte per l’ anno venturo ed invitando a prepararsi per la pasqua che si avvicina. Si tratta di un genere di canto ancora ampiamente diffuso in tutto il Centro-Italia che sta vivendo negli ultimi anni una fase di grande riscoperta, conservando nelle varie diversità dialettali e musicali locali alcuni modelli ricorrenti. Prima di entrare in una casa un membro del gruppo chiede il permesso di cantare, avuta risposta positiva, gli stornellanti iniziano forme di saluto dall’ esterno, l’ esortazione ad aprire la porta e la licenza di portare allegria. Entrati in casa inizia il canto vero e proprio al termine del quale il gruppo rivolge alla famiglia ospitante motivi augurali di buon anno e prosperità. La Pasquella si chiude con un brindisi collettivo e con i doni offerti dal padrone di casa. il canto della Pasquella ha differenti versioni e strofe modificate a piacimento per ogni zona o paese. Questa è l’ attuale versione del mio paese  :

La Pasquetta Epifania

Che la ben venuta sia

De la Santa Reparata

Dio ci libra sta casata.

Non di legno, non di fuoco

ma per ripararci un poco

nella piccola capannella

dove è nato il buon Gesù.

Accorrete pastorelli

accorrete co’ ‘na nova

la sarciccia con dieci ova

se c’ è la volete da.

Siamo quattro e non siamo otto

lo portiamo un bel fagotto

ne veniamo da Spelonga bella

Viva, Viva la Pasquella.

chi nù tucche de campanella

Gloria in cielo e pace in terra.

L’ origine di questo rito è antichissima, risale alla notte dei tempi, dove i questuanti rappresentavano le divinità tutelari, che assicuravano, gratificati dalle offerte, fecondità, fertilità e benessere per l’ anno a venire. Originariamente gli stessi numi erano impersonati dalla Befana e da figure comprimarie, presumibilmente i defunti e gli antenati che, in cambio di una calorosa accoglienza, avrebbero garantito alla famiglia la protezione e la buona sorte. Questi riti propiziatori pagani, risalenti probabilmente al X – VI secolo a.C., erano legati al Mitraismo ed ad alcuni culti, come quello celtico, congiunti al solstizio d’ inverno. Gli antichi romani fecero loro questi riti e li associarono al loro calendario formato da una dozzina di mesi. Così la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della terra, attraverso Madre Natura. I romani credevano che in queste notti, delle figure femminili volassero sui campi coltivati, per propiziare la fertilità dei futuri raccolti. Ecco allora l’ origine delle ” Befane Volanti “. A partire dal IV secolo d. C., la Chiesa di Roma cominciò a condannare tutti i riti e le credenze pagane, definendoli frutto di influenze sataniche. Quindi l’ antica figura pagana femminile fu sostituita nell’ immaginario dei cattolici come una sorta di figura di anziana che rappresentava la fine dell’ anno passato, una specie di dualismo tra il bene ed il male. Ecco perché tra i regali della Befana oggi viene inserito il carbone, antico simbolo rituale dei falò purificatori, che inizialmente veniva mescolato ai dolci. Poi la morale cattolica, nei secoli successivi, trasformò tale usanza come punizione per i soli bimbi cattivi che si erano male comportati nell’ anno precedente. Infine, intorno al XII secolo, si creò una leggenda : raccontava che i Re Magi, nel viaggio verso Betlemme, persero la strada e chiesero informazioni ad una vecchia. L’ anziana signora diede sicure indicazioni ma si rifiutò di seguire i Divini Monarchi. In seguito si pentì di tale gesto e, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa per cercare il luogo della Natività. Per sua sfortuna arrivò troppo tardi e così, presa dal rimorso, si fermò in ogni casa che trovava lungo il cammino donando i suoi dolci ai bambini, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù.

                      Vittorio Camacci

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