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IL SOLDATO PAULUCCE ( 7 anni di guerra senza mai usare il fucile ).

Questo racconto non è certo un’avventura, vi porta nello scenario della 1^ Guerra Mondiale, combattuta nel 1915/ 18. Una delle guerre più tragiche della storia. In un lunghissimo fronte di trincee, caposaldi, cannoni, mio nonno Di Giammarino Paolo era una piccolissima cosa tra milioni di altri soldati di tante nazionalità. Il mio racconto si basa esclusivamente sui suoi ricordi e quindi ci possono essere errori. Erano in tanti, migliaia e migliaia e tanti non tornarono. Naturalmente in questa storia non ho la possibilità di narrarvi tutto quello che mi disse perché dalla sua morte sono passati più di 30 anni ma i suoi racconti erano veri e spesso mi faceva tastare con le manine il proiettile che gli era rimasto conficcato nella mandibola. Lui sognava la pace e la libertà sin dal primo giorno di guerra, lavorare e costruire per il bene degli uomini, come fu poi il resto della sua vita che durò 88 anni con sole tremila lire di pensione di guerra. Non voleva uccidere, distruggere e conquistare con la forza delle armi, è lo fece. Durante quel terribile periodo della sua vita coltivò anche sentimenti che uniscono gli uomini e non li dividono come la comprensione, la pietà e la generosità capendo che anche il guerra, quando tutto sembra che debba crollare e morire, un gesto, una parola, un fatto e sufficiente a ridare speranza e vita con la fratellanza e l’aiuto reciproco.

Mi raccontava nonno Paolo di aver fatto 7 anni il soldato durante la Prima Guerra Mondiale. Mi ripeteva sempre : ” Nipò, ci pensi ho fatto sette anni di guerra e non so tenè il fucile pè le mani “.

Fu reclutato insieme al fratello Domenico all’ Aquila e mandato al 73° reggimento di fanteria facente parte della Brigata Lombardia, 4^ Divisione di Fanteria, II Corpo D’ Armata.

Il primo giorno di fronte lo fece nella V battaglia dell’ Isonzo, sul Monte della Croce, nei pressi di Gorizia. Nel pomeriggio del 14 agosto 1916, mentre il suo battaglione andava all’ assalto delle trincee nemiche fu ferito alla mandibola da un proiettile di artiglieria aerea amica, sparata dal II gruppo Aereo. Cadde al suolo stordito e rimase accasciato, privo di sensi, per qualche ora. Quando si svegliò si ritrovò tutto insanguinato, tastò immediatamente tutte le parti del corpo ma non trovò alcuna lesione perché il proiettile aveva perforato il suo cranio dall’ orecchio destro, gli aveva lesionato il nervo ottico e si era fermato proprio sull’osso della mascella sinistra in prossimità del primo dente. Da lontano vide due barellieri, con la fascia bianca crociata di rosso al braccio, che urlavano : ” Porta-feriti, porta-feriti ” . Alzò il braccio al cielo e richiamò la loro attenzione. Lo caricarono immediatamente sulla barella e mentre lo stavano trasportando un’enorme bomba d’aereo fischiando paurosamente si conficcò nel terreno a pochi metri di distanza da loro. I barellieri lasciarono la presa, fuggendo a spron battuto e mio nonno si ritrovò un’altra volta con ” il culo per terra ” riperdendo di novo i sensi spossato. Si svegliò di nuovo e notò che il sole stava tramontando ad ovest, con difficoltà riuscì ad orizzontarsi ed a prendere la direzione giusta verso la città di Gorizia. Sulla strada incontrò altri soldati che vedendolo in condizioni pietose gli offrirono erroneamente le borracce d’acqua, benché fosse proibito. Era ormai sera quando raggiunse l’ospedale della città, aveva la lingua gonfia e non riusciva a parlare, all’ingresso consegnò i suoi documenti, la piastrina e 7 soldi ad un caporale non trascurando il fatto di scriversi su di un pezzetto di carta, con una matita, il numero di matricola del graduato. Fu accompagnato in una camerata e si sdraiò da solo su una branda. Per via dell’acqua bevuta, che si era coagulata con il sangue nello stomaco, la notte ebbe una paralisi che gli ” offese” la parte sinistra del corpo ed i muscoli dell’occhio. Il mattino successivo un maggiore lo informò che l’ospedale di Gorizia da lì a poco sarebbe stato bombardato. Gli fece firmare un foglio di dimissioni e mio nonno benché non potesse parlare gli fece vedere il foglietto dove aveva scritto il numero di matricola del caporale. Grazie ai suoi appunti ed all’ aiuto del maggiore riuscì a rintracciare il furiere ed a riprendersi almeno le sue povere cose. Lo obbligarono a salire su di un veicolo militare FIAT 15 e fece 400 chilometri, fino a Milano, su strade polverose e piene di buche, stando seduto a malapena su una panca e senza che nessuno gli offrisse da bere e da mangiare. Qui fu fatto scendere e con i sette soldi che aveva nelle tasche comprò da una vecchia venditrice ambulante alcune gallette che sbriciolò con la pressione delle mani per poi deglutirle con estrema difficoltà. All’ ospedale militare di Milano raccontò la sua storia ad un colonnello medico che commosso lo prese in benevolenza e malgrado fosse ormai invalido lo tenne in servizio in ospedale come ausiliario fino ad oltre la fine della guerra. Il colonnello, attraverso alcune ricerche riuscì anche a ricongiungerlo al fratello Domenico, anch’esso ferito ad un ginocchio, si abbracciarono e solo dopo molto tempo, 7 anni, riuscirono a tornare in paese a Grisciano per ricongiungersi finalmente con la famiglia.

Vittorio Camacci

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