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Lo studente delle SAE

Suona la sveglia nelle SAE dove vivono i giovani studenti, sono già le sei e mezza, ma fuori è ancora buio ! Ancora dieci minuti di calduccio con un sospiro di rassegnazione. Alzata veloce, toeletta rapida, colazione abbondante, zaino con i libri e quaderni ed attenzione, attenzione accensione dello smart phone, ci sono già decine di messaggi, letture e risposte, e avvio verso la fermata del pulmino. Sempre lo stesso impervio percorso tra le strade di montagna, seduti ben attenti ad affrontare le curve, gomito piegato, sguardo fisso sul minischermo : che stress, che noia ! Poi scesi dal pulmino un cammino tra un inciampo e l’altro guidato dalle unghie degli alluci, i nuovi sensori di prossimità e precursori della mobilità assistita. ” Oggi avrò l’interrogazione annunciata, non ci ho dormito tutta la notte, ci hai capito qualcosa ? ” Dice il compagno di classe nella generale confusione prima della soglia dell’aula. ” Scusa non ti ho sentito, ho gli auricolari e sto guardando l’ultima Waths App arrivata ! ” Il compagno di città replica la domanda : ” Hai capito qualcosa della lezione di ieri ? ” Lo studente SAE risponde : ” Capito cosa ? Poco o niente. Proprio non mi frega un cavolo sapere cose che non m’interessano più “. L’interrogazione diventa così la conferma del non aver studiato, ma particolarmente il disinteresse verso argomenti che non siano appetibili allo studente post-terremotato ormai tutto preso come i propri genitori a sopravvivere staticamente senza interesse verso l’ evoluzione tecnico scientifica ed energetica introdotta dalla globalizzazione. L’ obbligatorietà dell’ istruzione diventa un dovere sociale imposto. Per lo studente delle SAE il dovere è ormai sopraffazione ed insofferenza, dove il suono della campanella di fine lezione determina la tanto desiderata liberazione per tornare nella comoda e calda casetta in mezzo al nulla. Molti di questi ragazzi andranno sicuramente a rinfoltire le file dei ” N.E.E.T. ” , senza arte né parte e volontà d’inserimento. Bisogna rinnovare il desiderio di questi giovani per riportarli sulla strada della passione, per fargli riprendere coscienza delle proprie attitudini e aspirazioni. bisogna fargli capire in anticipo che il pane non viene dall’alto ma dal duro lavoro. Guardiamo questi ragazzi negli occhi, portiamoli nei luoghi di lavoro, negli orti, nei boschi. Facciamogli toccare con mano il reale inserimento nella comunità. Bisogna guardarsi negli occhi per capire e concepire l’immediata visione del mondo di altre persone. Il sentire in se stessi le emozioni degli adulti determinerà la preoccupazione e la sensibilità verso le responsabilità della vita lavorativa che porterà ad evolvere la mente di questi ragazzi alla vera solidarietà. Lo smart phone come mezzo d’insegnamento potrebbe dare tanto, è inconfutabile, ma potrebbe anche accentuare l’ incomunicabilità, l’ egocentrismo, l’ egoismo ed il narcisismo nella continua ricerca del proprio esistere sociale. Bisogna tornare a guardarsi intorno per vedere e capire quante emozioni e suggestioni la vita nella Natura ci offre. Perciò usiamo questi strumenti con buonsenso, attenzione e prudenza. La scuola è già un lavoro : studiate, informatevi e formatevi, amate le nostre montagne e portatele nel cuore perché chi si ferma in un mondo virtuale si perderà e soccomberà nel mondo reale che va sempre più rotolando e rantolando.

Vittorio Camacci

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