Il telefono squilla alle sette e trenta, ma io sono già sveglio da qualche minuto. È bello restare ancora un po’ sotto le coperte, in compagnia di dolci pensieri, soprattutto quando mi aspetta una giornata impegnativa. Ritardare di qualche minuto l’uscita dal letto mi dà quella piacevole sensazione di libertà, come se fossi ancora io, almeno per un momento, a decidere il ritmo del mondo.
Dopo la colazione mi vesto da raccoglitore di marroni: scarponcini da montagna, calzettoni pesanti, jeans ormai consumati e destinati a concludere gloriosamente la loro esistenza tra ricci e foglie, t-shirt, felpa e giacca. Non dimentico i guanti di pelle pesante da lavoro e prendo un secchio di plastica.
Il marroneto è vicino a casa, poco più di un chilometro. Non ho bisogno di prendere l’auto: ci vado a piedi, attraversando quei sentieri che conosco da sempre e che, in autunno, sembrano condurre in un mondo diverso dal solito.
Esco e mi incammino.
L’aria fresca del mattino mi accompagna lungo la strada, mentre Faete si lascia alle spalle e la montagna comincia a risvegliarsi. I prati sono ancora umidi di rugiada, le foglie scricchiolano sotto gli scarponi e, tra i rami dei castagni, si intravedono i primi colori dell’autunno.
Da qualche punto della valle arriva il suono di un campanaccio, mentre un filo di nebbia indugia ancora tra le pieghe della montagna. Verso Spelonga, i boschi si allungano sui pendii e le cime della Laga si mostrano a tratti, con le loro forme severe e familiari. Più lontano, quando il cielo è limpido, si riconoscono i profili dei Sibillini.
Camminare verso il marroneto è già parte della giornata. Non c’è fretta, non c’è traffico, non c’è bisogno di guardare l’orologio. Il bosco mi aspetta da sempre, a pochi passi da casa e ogni volta che ci entro ho la sensazione di ritrovare qualcosa che mi appartiene.
Lungo il sentiero incontro la chiesetta della Madonna della Neve, immersa nel verde e circondata da castagni secolari. Dietro c’è il cimitero di Faete, luogo silenzioso dove riposano generazioni di gente della nostra montagna.
Mi fermo qualche istante.
La chiesetta, con il suo portico e il piccolo campanile a vela, sembra appartenere da sempre a questa radura. Le sue pietre hanno visto passare contadini, pastori, bambini, uomini e donne che salivano fin quassù per pregare, per ringraziare o semplicemente per ritrovare un po’ di pace.
Le sue origini si perdono nel tempo, ma si racconta che proprio in questi boschi la comunità faetana abbia trovato nella Madonna della Neve un rifugio spirituale nei momenti più difficili. La tradizione lega la devozione alla chiesetta a una storia antica di peste, di preghiere e di una nevicata miracolosa nel pieno dell’estate.
Oggi, purtroppo, la chiesa porta ancora i segni del terremoto del 2016. Le ferite sono rimaste sulle murature, sulla copertura e sugli affreschi che custodisce al suo interno. Ma presto, come si spera, torneranno le mani degli artigiani e dei restauratori a prendersi cura di questo piccolo gioiello.
Mi piace pensare che, quando riaprirà le sue porte, il bosco tornerà ad ascoltare le campane e le preghiere della gente.
Accanto, il cimitero sembra custodire un’altra parte della stessa storia. Qui riposano coloro che hanno lavorato questi castagneti, costruito i muretti, coltivato la terra e tramandato le tradizioni che ancora oggi ci tengono legati a questi luoghi.
Riprendo il cammino.
Arrivato al castagneto, raggiungo una piccola costruzione di pietra arenaria, coperta di schiazze, con il tetto un po’ annerito dal tempo. È la nostra casetta, un riparo semplice e robusto, costruito con quella pietra che da queste parti ha accompagnato per secoli la vita degli uomini.
Le sue pareti sembrano custodire storie di contadini, pastori e raccoglitori che, prima di noi, hanno trascorso giornate intere tra questi alberi.
Lascio lo zaino, prendo il secchio e raggiungo i miei compagni di lavoro.
Li vedo dall’alto, sparsi tra gli alberi, tutti chini verso il terreno con il secchio al fianco. Sembrano galline in un prato, intente a beccare qualcosa di buono. Il pensiero mi fa sorridere.
Li saluto e ci accordiamo sugli spazi da dividere, perché tra Faete e Spelonga i castagneti sono tanti, ma i marroni buoni non vanno lasciati indietro. Ognuno conosce il proprio pezzo di bosco, i sentieri, le pietre nascoste sotto le foglie e persino quei punti dove, per qualche misteriosa ragione, le castagne sembrano cadere sempre più abbondanti.
Comincia la raccolta.
Mentre lavoriamo ci raccontiamo le nostre vite, le piccole vicende quotidiane, le novità del paese. Non mancano le battute a doppio senso e i richiami a una gioventù che se ne va senza chiedere permesso.
Per noi che viviamo tra queste montagne, i marroni non sono soltanto frutti. Sono una parte della storia delle famiglie, della memoria contadina, di un’economia fatta di sacrifici e risparmi. Per generazioni hanno rappresentato il salvadanaio di casa, quello da rompere quando arrivava una spesa imprevista, una malattia, un debito da saldare.
Un castagneto poteva salvare una famiglia e non si vendeva facilmente: lo si faceva soltanto quando la necessità diventava più forte dell’attaccamento alla terra.
Non c’è famiglia, tra Faete e Spelonga, che non abbia avuto un pezzo di castagneto, un albero da custodire, una storia da raccontare.
Mentre scrivo queste righe, sto assaporando le gustosissime castagne lesse che ho appena riportato a casa. Sono dolci, buonissime. Hanno consistenza ma, quando le mordi, si disgregano in mille particelle che fanno esplodere il loro inconfondibile sapore in bocca.
I nostri marroni hanno una bella forma quasi quadrangolare, si sbucciano facilmente e mostrano un delicato colore interno che è soltanto il preludio alla loro prelibatezza. Le mangio anche arroste, con la vecchia restola, una padella piena di buchi sul fondo. Li uso in cucina per condire la pasta insieme agli ovuli, oppure per preparare dolci e gelati. Ogni anno ne congelo una certa quantità, già lessi e puliti, per poterli gustare durante tutto il resto dell’anno.
I castagneti, le strade d’accesso e i cancelli sono spesso motivo di dispute e liti tra confinanti. Seguo queste vicende con un certo distacco, ma comprendo bene quanto il senso del possesso sia radicato nel profondo del nostro animo. Non molto tempo fa, avere un castagno in più poteva fare la differenza tra sfamarsi o rimanere schiavi di una fame atavica.
Il ricordo delle tribolazioni di questa gente del Centro Italia, lontana da terre fertili e comode, ha plasmato il nostro carattere. In questi luoghi dove la terra è stata strappata alle montagne con i terrazzamenti e i boschi sono stati trasformati in fiorenti castagneti, le persone, con il loro lavoro, sono riuscite a trasformare un ambiente inospitale in un piccolo paradiso.
Per possedere anche solo un pezzetto di terreno dove piantare grano o ortaggi hanno dovuto sbancare le montagne a mano, spostare pietre, costruire muretti e trattenere la terra con la fatica delle braccia. È chiaro, quindi, che ogni metro di terreno porta con sé il ricordo di fatiche disumane.
Capisco i miei compaesani e capisco la difesa ostinata della loro terra: è stata proprio questa caparbietà a permetterci di sopravvivere.
La raccolta continua e il tempo è scandito dal suono aritmico dei marroni che cadono nel secchio.
Tok, donk, tuk-tak-tok-clack, tok…
A secchio vuoto sembra quasi di sentire il ritmo di un tamburello, che poi si fa via via più cupo e sordo man mano che si riempie. I secchi colmi vengono scaricati nei sacchi di iuta, che a loro volta vengono caricati sui carrelli o nei portabagagli delle auto per essere portati a valle.
I marroni vanno presi e osservati da entrambi i lati per essere certi di non versare nel secchio quelli bacati o rovinati. È un po’ come guardare le modelle a una sfilata di moda: si presentano mostrandoti il lato A, percorrono tutta la passerella e poi si girano per far ammirare l’abito dal lato B.
Non osservare questa santa regola aumenta enormemente la quantità di marroni cattivi raccolti.
Io, ormai, ho sviluppato una certa abilità. Con un movimento da prestigiatore riesco a scartare al volo dalla mano la castagna rovinata prima di lanciare le altre nel secchio. Fino a un paio di metri di distanza i miei lanci sono quasi infallibili: a volte le faccio volare persino guardando il secchio con la coda dell’occhio e con la mano dietro la schiena, con una mossa da abile giocatore di basket.
Quando si raccolgono i marroni, però, occorre conoscere alcune loro particolarità caratteriali e il loro strano rapporto con le creature che abitano questo ecosistema.
Se un marrone ti cade di mano mentre lo metti nel secchio, è garantito che sparirà dalla vista. C’è un patto segreto tra i marroni e i folletti del bosco ( che qui si chiamano ” Li Mazzamuriglie” ): noi raccoglitori abbiamo una sola possibilità, perché la castagna che cade a terra viene prontamente afferrata e nascosta da loro. 
Qualche giorno fa avevo trovato una bella castagna. Per essere sicuro di non perderla l’ho lanciata da sola verso il secchio. Ho seguito la traiettoria con lo sguardo, ma quella fetente ha preso il bordo, è rimbalzata e ha cominciato a roteare in maniera vorticosa, come un trapezista al circo.
È caduta a terra, è rimbalzata di nuovo… ho spostato il piede per fermarla, ma niente da fare: ha continuato a scendere lungo il pendio con rapidi salti.
L’ho seguita con gli occhi e mi sono girato per inseguirla, desideroso per una volta di essere più veloce del ” Lu Mazzamuriglie”
Il marrone ha fermato la sua corsa tumultuosa sul sentierino poco più in basso, grazie ad alcune frasche posizionate ad arte per trattenerlo. Senza esitare sono corso giù e l’ho preso. Felice, l’ho osservato pensando di aver buggerato ” Lu Mazzamuriglie”. 
Ma ad un tratto…
Vrummm, tak, tok, donk!
Una frana di marroni appena raccolti si è riversata dal secchio giù per il pendio.
Disperato, ho ricominciato a raccoglierli tutti, con il forte sospetto che ” Lu Mazzamuriglie” ingannato si fosse vendicato! 
Occorre sempre rispettare gli abitanti del bosco e viverci in armonia, senza imbrogli. A volte ” Li Mazzamuriglie” rovesciano i secchi anche senza motivo, solo per farsi grasse risate. Oppure ti fanno cadere i ricci in testa dalle piante. Prendono di mira certi raccoglitori senza una ragione precisa e io sono tra quelli, altrimenti non si spiegherebbe perché a subire questi dispetti siamo sempre i soliti! 
Ho persino pensato di mettere dei fermi alla base del secchio per evitarne il ribaltamento, ma ho desistito. Sono convinto che quei maliziosi folletti si sarebbero vendicati in modo ancora più subdolo e inaspettato.
I marroni, però, non si trovano solo liberi a terra, ma anche custoditi dentro i ricci.
È una vera gioia aprirne uno appena caduto, dal colore verde acceso, con gli aghi ancora morbidi che lo proteggono. Di norma si dovrebbero trovare tre castagne all’interno: a volte sono tutte magnifiche, con le loro curve tonde e sode, la pelle lucente e abbronzata. Sembrano tre ragazze nel pieno della loro sfacciata bellezza, intente a prendere il sole in spiaggia per farsi ammirare.
Altre volte ne vedi tre ugualmente gonfie e ben formate, ma ancora chiare o con appena qualche venatura nocciola. Mi ricordano ragazzine che ridono e scherzano dentro corpi già grandi per la loro età, ancora inconsapevoli del fascino che emanano.
Il marrone non esisterebbe senza l’uomo, che innesta i suoi rami selezionati sui tronchi del castagno selvatico. In questo patto segreto tra il castanicoltore e il riccio, quest’ultimo, pur di far sopravvivere la specie, si impegna a generare frutti grandi e ricchi di sapore, a scapito della quantità.
Difatti, quando il riccio comprende di non poter portare a completa maturazione tutte e tre le castagne, ne sacrifica anche due per concentrare tutta la forza vitale e il nutrimento sulla prescelta, che può essere quella centrale o una laterale.
Tra le due possibilità, io preferisco quando è il marrone centrale a prendere il sopravvento. In quel caso le due sorelle laterali, le scartecchie, cedono tutta la loro polpa alla fortunata. Il sacrificio delle due sfortunate compagne arriva al punto che a loro resta soltanto la buccia esterna, con la quale avvolgono e proteggono la favorita dal freddo e dai parassiti durante tutto il suo sviluppo.
Queste speciali castagne, per le loro forme esagerate, ricordano le Pin-up dei film americani degli anni Cinquanta.
A volte si trovano ricci con cinque o sette castagne, rari come parti plurigemellari. Le castagne sono esseri che amano la compagnia, si cercano e hanno un carattere generalmente allegro e spiritoso.
Ci sono gruppi di marroni sinceri che non amano nascondere i propri difetti. Li vedi da lontano con il loro marciume in evidenza, li guardo con simpatia e comprensione, li lascio lì al loro destino e vado avanti.
Altri, invece, a prima vista sembrano perfetti. Somigliano ai pensionati che si scaldano al tiepido sole autunnale intorno alla fontana di Faete o sulle panchine di Spelonga, che mostrano sempre il loro lato migliore, ma se li osservi con attenzione ognuno ha i suoi acciacchi: chi ha un piede storto, chi è calvo, altri non ci vedono bene o hanno la pressione e la glicemia alterate.
Li sposto e li guardo con tenerezza, per il semplice motivo che appartengo alla loro stessa categoria.
A volte capita di muovere delle foglie, poi dei ricci marci, e alla fine trovi un gruppettino di marroni nascosti che vorrebbero sottrarsi al destino di tutti gli altri.
Mi fanno pensare ai giovani ribelli che credono di poter cambiare la società: parlottano nei loro rifugi e pensano a un mondo senza differenze, dove la sostenibilità sostituisce lo sfruttamento e la solidarietà la sopraffazione.
Ma la mia mano inesorabile li prende e li versa nel secchio della popolazione comune, infrangendo i loro sogni e immergendoli in un bagno di umiltà che li riporta all’inesorabile realtà.
La vita e il mondo vanno avanti in una inevitabile corsa verso una probabile autodistruzione, e loro, come me da ragazzo, possono fare poco per evitarlo.
Spuntano infine i Senatori: gruppi di castagne perfette, lucide, tutte intorno ai trenta grammi, che stanno lì in bella mostra a fare da portavoce e rappresentanza dell’intera comunità.
Di fronte a tanta perfezione, il castanicoltore ritrova vigore e smette di ragionare come un uomo comune, trasformandosi in un essere metà umano e metà vegetale.
Deve capire le necessità del castagno, deve sacrificarne alcuni affinché i restanti crescano con una folta chioma, deve difendere gli alberi dagli animali e dai parassiti, mantenendo il terreno sempre pulito e ordinato in modo che i suoi alberi non abbiano rivali con cui competere.
Nelle zone più laterali del marroneto, dove questo confina con appezzamenti non coltivati né innestati, cadono sparuti gruppi di castagne più piccole e scure, a forma di cuore: sono le cosiddette castagne pazze, quelle che si raccoglierebbero se le piante non fossero state innestate.
Mi fanno pensare a gruppi di immigrati clandestini che si smarriscono spauriti sulle spiagge della Puglia: si scoprono circondati da simili che sembrano però appartenere a un altro pianeta, con forme, colori e fragranze diverse.
Per una castagna pazza, confrontarsi con un marrone arquatano è difficile. La selvaggia selezione ha determinato inevitabili differenze, ma ha anche causato quella carenza riproduttiva per cui il marrone, un po’ come la zanzara, è costretto ad affidarsi anche al sangue dell’uomo per poter continuare a esistere.
In un mondo che va alla malora, le castagne pazze possono forse avere la speranza di sopravvivere, mentre i marroni saranno inevitabilmente destinati all’estinzione.
Capita di vedere anche marroni solitari, che fanno bella mostra di sé come orologi Rolex nella vetrina di una gioielleria al centro di una grande città.
Una mattina alzo lo sguardo e vedo un marrone meraviglioso appoggiato sopra una pietra. Le sue forme sono perfette e leggermente abbondanti, la rugiada gli dà una lucentezza spettacolare, e un raggio di sole, filtrando tra le folte chiome dei castagni, lo illumina facendolo brillare come un gioiello tempestato di diamanti.
Lascio il secchio, mi tolgo i guanti di pelle e mi dirigo verso quella bellezza assoluta. Non mi importa più di nulla, i miei pensieri si azzerano e mi concentro solo su quella rarità.
La prendo con le mani nude per poterla accarezzare, la porto vicino agli occhi per ammirarla con bramosia e timore. La stringo tra le dita, il mio sguardo è tutto per lei…
Poi la giro e vedo l’orribile marciume che nasconde sul retro.
La castagna mi guarda e, beffarda, mi dice:
«Ragazzo, non hai capito nulla della vita! Hai lasciato tutto per un’illusione, per una bellezza esteriore. Non lo sai che quelle come me nascono per trafiggere i cuori? Ahahahahahah!»
Prendo la castagna incantatrice e, con un pensiero sprezzante e mortificato per l’inganno, la getto lontano. Cade di nuovo su una pietra illuminata dal sole, emanando tutto il suo malefico splendore.
«Ahahahahahah! Vedrai che ne buggerò altri… Ahahahaha!»
È proprio vero che certe persone cadono sempre in piedi.
Scuoto la testa e continuo la mia raccolta cercando di dimenticare la brutta esperienza.
Nel silenzio del castagneto si odono i bramiti di cervi lontani, qualche sparo dei cacciatori e il fruscio delle foglie mosse dal vento.
Sento dapprima il rumore di una pioggia lontana, poi le prime gocce che battono sulle foglie degli alberi vicini e infine l’acqua che comincia a bagnare i miei guanti e il cappello.
Mi fermo un attimo, ma la pioggia, così com’è arrivata in fretta, altrettanto velocemente se ne va.
Ecco che dalla casetta di pietra arenaria arriva il suono della campanella:
«Il pranzo è pronto, venite!»
Prendo il secchio, ne verso il contenuto nel sacco dentro la motocarriola e mi avvio verso il riparo.
Il tepore della stufa economica riscalda gli animi e le pietanze. Oggi c’è pasta al forno e pollo con le patate. Mangio con appetito in compagnia degli altri raccoglitori, mentre le castagne si abbrustoliscono dentro il forno e un buon bicchiere di vino ci scalda l’animo.
I discorsi sono semplici: ci raccontiamo le esperienze della mattinata, un po’ di gossip locale, qualche ricordo lontano.
Sbucciamo le castagne e le mangiamo, il loro sapore è incredibile. Quest’anno, complice la secca, sono ancora più dolci e saporite.
Fuori, la montagna continua a respirare. Dalla porta socchiusa si intravedono i castagni, i pendii che scendono verso la valle e le cime della Laga che, quando le nuvole si aprono, sembrano sorvegliare il nostro piccolo mondo.
Giusto il tempo per altre quattro chiacchiere e si ritorna alla raccolta.
È duro riprenderla dopo un pranzo così ricco, ma il pomeriggio scorre veloce. La giornata volge al termine quando il sole è ormai basso e i suoi raggi corrono paralleli al terreno, impedendo di distinguere i marroni tra le foglie e i ricci.
La stanchezza che sento è quella vera e benefica, non quella alienante dei luoghi di lavoro.
La raccolta delle castagne mi riporta inconsapevolmente a tempi antichissimi, all’alba della nostra civiltà, quando i Sapiens erano cacciatori e raccoglitori: lavori fatti in compagnia, animati da un senso di profonda fratellanza.
Con questi pensieri arcaici sistemo nello zaino una busta di castagne da gustare in famiglia. Saluto gli altri e ci diamo appuntamento all’indomani.
Poi mi incammino verso casa, lungo il sentiero che attraversa il bosco e mi riporta a Faete.
Il chilometro che mi separa dal marroneto sembra più breve al ritorno. Le gambe sono stanche, ma il cuore è leggero. Il secchio non pesa più, eppure porto con me molto più di qualche chilo di marroni.
Porto il profumo della terra, le risate dei compagni, il calore della casetta di pietra, i dispetti dei folletti e la memoria di una montagna che continua a regalarci qualcosa di prezioso.
Quando arrivo a casa, mi tolgo gli scarponi e penso che domani sarà un altro giorno di raccolta e magari, passando ancora davanti alla Madonna della Neve, mi fermerò un momento a guardare quella chiesetta ferita, in attesa di tornare a vivere.
Perché anche lei, come i castagneti, appartiene alla nostra storia e quando tornerà ad aprire le sue porte, non sarà soltanto un edificio restaurato: sarà un altro pezzo della nostra montagna che avrà ritrovato la propria voce.
Raccogliere marroni è come attraversare e conoscere l’animo umano. Ogni castagna ha una storia, ogni riccio nasconde una sorpresa, ogni albero custodisce il lavoro di chi è venuto prima di noi e tra Faete e Spelonga, ai piedi della Laga, questa antica storia continua.
Un marrone tira l’altro…

Buona scorpacciata! 

   Vittorio Camacci

Libero pensatore della Laga