
Ci sono montagne che si attraversano e montagne che ci attraversano la vita. I Sibillini e la Laga, per me, non sono mai stati soltanto una linea d’orizzonte, un fondale da fotografare o un territorio da conquistare con la fatica di una salita. Sono stati casa, radici, scuola di libertà. Sono il luogo in cui ho imparato a conoscere il valore del silenzio, la misura delle cose e quella dignità ruvida di chi non ha bisogno di raccontare ogni giorno quanto sia difficile vivere quassù.
Sono nato e cresciuto con queste montagne negli occhi e nella carne. Da Spelonga, il mio sguardo ha sempre cercato quel dialogo naturale tra i Sibillini, con la mole del Vettore a segnare il confine del cielo e la Laga, con i suoi boschi, le sue acque, le sue pieghe profonde. Due mondi diversi, eppure uniti da una stessa sorte: quella delle terre alte dell’Appennino, capaci di offrire una bellezza sconfinata a chi sa ascoltarle, ma costrette da decenni a fare i conti con l’abbandono, la mancanza di lavoro e lo svuotamento dei paesi.
Le montagne vere non sono mai state luoghi facili. Qui la vita ha sempre richiesto una trattativa quotidiana con il clima, la pendenza, la distanza. I nostri vecchi lo sapevano bene. Strappavano alla terra quel poco che bastava per tirare avanti, allevavano animali, tagliavano legna, costruivano case per difendersi dal freddo e affrontavano inverni che non lasciavano spazio alle distrazioni. Non conoscevano la parola resilienza, oggi tanto pronunciata da chi spesso la montagna la guarda dal finestrino di un’automobile. Loro resistevano perché non avevano alternative, ma anche perché sentivano di appartenere a un luogo che non poteva essere sostituito da nessun altro.
Poi arrivò il tempo in cui partire sembrò l’unica strada possibile. I giovani lasciarono i paesi, le famiglie si divisero, le case si chiusero una dopo l’altra. La montagna perse braccia, voci, botteghe, scuole, occasioni di incontro. Le strade rimasero, i campanili pure, ma lentamente si allargò il vuoto tra le pietre delle case e le vite di chi le aveva abitate. La modernità portò benessere a molti, ma per queste comunità ebbe spesso il volto di una porta che si chiudeva alle spalle di chi partiva.
Io, invece, da queste montagne non me ne sono mai andato davvero, neppure quando il lavoro mi ha portato altrove e la vita mi ha imposto ritmi diversi. Ho lavorato per decenni in fabbrica, su tre turni, mentre dentro di me continuava a battere un altro tempo: quello delle salite, dei sentieri, delle corse. Sono stato maratoneta, skyrunner, uomo di fatica. Ho corso migliaia di volte, ho percorso sentieri e strade, ho imparato a riconoscere il momento in cui le gambe vorrebbero fermarsi ma qualcosa, più in profondità, ti spinge a continuare.
La montagna non mi ha mai insegnato a vincere sugli altri. Mi ha insegnato a misurarmi con me stesso, a rispettare i limiti senza arrendermi al primo ostacolo, a capire che il traguardo non è sempre una linea dipinta sul terreno. A volte è semplicemente riuscire a tornare a casa, ritrovare un sentiero conosciuto, riconoscere il profilo di una cima dopo una giornata lontano.
Per questo, quando guardo i Sibillini e la Laga, non vedo soltanto paesaggi. Vedo una parte della mia storia, quella che non ha mai smesso di accompagnarmi e penso a quante persone, in queste vallate, abbiano continuato a vivere con la stessa ostinazione, tenendo insieme lavoro, famiglia, memoria e appartenenza, anche quando tutto sembrava suggerire il contrario.
Poi, il 24 agosto e il 30 ottobre del 2016, la terra ha tremato e il 2016 non è stato soltanto l’anno di un terremoto. È stato l’anno in cui un’intera comunità ha visto spezzarsi la propria continuità, il filo che univa le case alle persone, le persone ai ricordi, i ricordi alla possibilità di immaginare il futuro.
Ad Arquata del Tronto il terremoto non ha distrutto soltanto edifici. Ha ferito un modo di vivere, ha disperso famiglie, ha cancellato abitudini che sembravano eterne. Ha trasformato le strade di sempre in luoghi irriconoscibili e le case in macerie, mentre le persone cercavano di capire dove ricominciare. In pochi istanti, ciò che per generazioni era stato un punto fermo diventò qualcosa da inseguire tra le transenne, le ordinanze e le promesse.
Ricordo il 30 ottobre, la montagna sopra il Vettore, il cammino, l’ansia di sapere dove fosse mia madre. Lei era rimasta nella roulotte, mentre io cercavo di raggiungerla attraverso un territorio sconvolto. Le indicazioni della polizia, la strada, la paura, la necessità di arrivare da lei: sono immagini che il tempo non cancella. In quel momento non ero un uomo di montagna, un corridore o uno che conosceva quei luoghi. Ero soltanto un figlio che voleva ritrovare sua madre.
Anche questo sono le nostre montagne. Non soltanto imprese, panorami e libertà, ma legami profondi che diventano visibili soprattutto quando la terra si apre e ogni certezza sembra crollare.
Mia madre se n’è andata nel gennaio del 2025, senza poter vedere compiuta la ricostruzione della casa che avrebbe dovuto restituirle il suo luogo e forse è questa una delle ferite più difficili da raccontare: non soltanto aver perso una casa, ma aver visto passare gli anni senza riuscire a riportare la vita là dove avrebbe dovuto continuare. Perché una casa non è un semplice edificio, e ricostruire non significa soltanto rimettere in piedi muri, solai e tetti. Significa restituire a una famiglia il diritto di abitare la propria storia.
A distanza di anni, la ricostruzione resta per molti un cammino lungo, tortuoso, logorante. La mia casa ha cominciato a essere ricostruita nel luglio del 2023, ma il ritorno è diventato una vicenda di attese, lavori incompiuti, problemi e battaglie che nessuno dovrebbe essere costretto ad affrontare per riavere ciò che il terremoto gli ha tolto. Ho conosciuto la fatica di affidarmi a chi avrebbe dovuto aiutarmi, il peso della fiducia tradita, la necessità di difendere i miei diritti quando pensavo che la parte più difficile fosse ormai alle spalle.
Non racconto tutto questo per trasformare una vicenda personale in una lamentela. Lo racconto perché la mia storia appartiene anche a una questione collettiva. Dietro ogni pratica ci sono persone, dietro ogni ritardo ci sono anni di vita, dietro ogni cantiere aperto c’è una famiglia che non può ancora considerare conclusa la propria emergenza e quando si parla di ricostruzione, non si dovrebbe misurare soltanto il denaro speso o il numero delle opere avviate. Bisognerebbe domandarsi quante persone siano davvero tornate a vivere nelle proprie case, quanti bambini possano crescere nei loro paesi, quanti anziani abbiano ritrovato il loro vicinato, quante comunità abbiano recuperato la possibilità di esistere.
Il terremoto ha riportato per qualche tempo i nostri territori al centro dell’attenzione nazionale. Sono arrivati politici, tecnici, giornalisti, telecamere e promesse. Si è parlato di rilancio, di opportunità, di rinascita. Ma l’attenzione, come spesso accade, ha una durata diversa da quella delle ferite. Quando le telecamere se ne vanno, restano le persone a fare i conti con la quotidianità, con le distanze, con i servizi che mancano e con la fatica di ricostruire non soltanto le case, ma le condizioni per poterci restare.
Perché una montagna può essere ricca di boschi, di acqua, di biodiversità, di sentieri e di paesaggi straordinari, ma se non offre lavoro e servizi rischia di diventare un luogo bellissimo nel quale è sempre più difficile vivere. La bellezza, da sola, non paga le bollette, non mantiene aperta una scuola, non garantisce assistenza agli anziani, non permette a una giovane famiglia di mettere radici e il turismo, quando è l’unica risposta immaginata per questi territori, può trasformarsi in una promessa fragile: porta visitatori per qualche giorno, ma non sempre costruisce una comunità capace di vivere tutto l’anno.
Non sono contrario a chi viene a conoscere i nostri monti. Al contrario, credo che chi li ama debba imparare a rispettarli. Ma vorrei che chi arriva sui Sibillini e sulla Laga vedesse anche ciò che non entra in una fotografia: le case chiuse, i paesi senza bambini, le distanze da percorrere per una visita medica, le persone che resistono in solitudine, le attività che faticano a sopravvivere. Vorrei che dietro ogni panorama si riuscisse a scorgere la vita che lo ha custodito per secoli.
Una montagna abitata non è una cartolina. È un organismo vivo, fatto di lavoro, relazioni, saperi, conflitti, feste, lutti, dialetti e gesti quotidiani. È la signora che apre la finestra al mattino, l’uomo che controlla il bosco, chi tiene in piedi una piccola attività, chi torna per riaprire la casa dei genitori, chi sceglie di crescere i figli lontano dal rumore della città. È anche chi, pur lavorando altrove, non ha mai reciso il legame con la propria terra.
Per questo credo che la vera ricostruzione debba cominciare dal lavoro. Non da un lavoro qualsiasi, promesso per riempire un comunicato, ma da occasioni concrete che consentano alle persone di vivere dignitosamente. Agricoltura di montagna, allevamento, cura dei boschi, manutenzione del territorio, artigianato, produzioni locali, servizi alla persona, attività culturali e forme intelligenti di turismo possono concorrere a costruire un’economia radicata nei luoghi. Ma occorrono visione, continuità e la volontà di riconoscere che chi abita queste terre non è un ostacolo da compensare: è la risorsa più importante che abbiamo.
Non si può chiedere alla gente di resistere all’infinito senza darle gli strumenti per farlo. La parola resilienza diventa perfino offensiva quando viene usata per giustificare l’abbandono, come se bastasse la forza d’animo degli abitanti a riparare le mancanze delle istituzioni. Le comunità non vivono di eroismo. Vivono di scuole aperte, servizi accessibili, strade sicure, lavoro dignitoso e possibilità di progettare il domani.
Eppure, nonostante tutto, io continuo a credere in queste montagne.
Ci credo perché le conosco anche nella loro durezza, perché so che dietro la loro apparente immobilità c’è una storia fatta di adattamenti e trasformazioni. Ci credo perché ho visto uomini e donne non smettere di occuparsi dei propri paesi anche quando sarebbe stato più facile voltarsi dall’altra parte. Ci credo perché ogni sentiero che attraversa i boschi della Laga, ogni pascolo che si apre verso i Sibillini, ogni pietra di Spelonga racconta una relazione tra l’uomo e la terra che non può essere liquidata come un residuo del passato e ci credo anche perché, dopo tanti anni, continuo a sentirmi parte di questo paesaggio. Quando cammino o corro tra questi monti, ritrovo una libertà che nessun ufficio, nessuna fabbrica e nessuna vicenda burocratica possono restituirmi allo stesso modo. Ma non voglio una libertà soltanto mia, da consumare lungo un sentiero per poi tornare in un paese sempre più vuoto. Vorrei che fosse ancora possibile condividere questa bellezza, viverla, lavorarci, costruirci una famiglia e un futuro.
La montagna non ha bisogno di essere salvata da chi la considera un rifugio per le proprie inquietudini. Ha bisogno di essere riconosciuta come un territorio in cui si può ancora produrre, abitare, studiare, curarsi, invecchiare e mettere al mondo dei figli. Ha bisogno di persone che non arrivino soltanto per il fine settimana e di istituzioni che non si ricordino di lei soltanto quando la terra trema o quando un paesaggio diventa di moda.
Io non so quale futuro attenda Arquata, i Sibillini e la Laga. So però che non voglio arrendermi all’idea che il loro destino sia quello di diventare montagne senza montanari, paesi senza comunità, case senza vita e non voglio neppure che la mia battaglia per ricostruire la casa venga considerata soltanto una faccenda privata. Tornare a casa, per chi è stato costretto a lasciarla, significa anche rivendicare il diritto di appartenere ancora al proprio paese.
Forse è questo il filo che unisce la mia vita alle montagne: non la pretesa di fermare il tempo, ma la volontà di continuare a farne parte. Le cose cambiano, cambiano i paesi, cambiamo anche noi. Non tutto ciò che abbiamo conosciuto può tornare com’era, e sarebbe inutile pretendere che la montagna rimanga immobile per rassicurarci. Ma il cambiamento ha senso soltanto se non cancella la possibilità di vivere nei luoghi che ci hanno generato.
Quando penso al Vettore e ai boschi della Laga, non chiedo loro di promettermi che andrà tutto bene. Le montagne non fanno promesse. Restano lì, con le loro ferite, le loro frane, le loro faggete, le loro sorgenti, sotto lo stesso cielo che ha visto partire generazioni di uomini e donne. A noi spetta decidere se vogliamo continuare ad abitarle oppure limitarci a contemplarle da lontano.
Io, per quanto mi riguarda, continuo a camminare. A scrivere. A difendere la mia casa e la memoria di chi non c’è più. Continuo a credere che le pietre abbiano qualcosa da raccontare e che una comunità non sia davvero perduta finché qualcuno si ostina a pronunciarne il nome, a percorrerne le strade, a pretendere per essa un futuro.
Non so se questa sia resilienza. Preferisco chiamarla appartenenza.
Perché non sono io ad aver scelto soltanto le mie montagne. Sono anche loro ad aver scelto una parte della mia vita e finché avrò fiato per salire un sentiero, voce per raccontarle e forza per chiedere giustizia per la mia terra, non considererò conclusa la mia strada.
I Sibillini e la Laga non sono il paesaggio alle spalle della mia esistenza. Sono parte della strada che mi resta da percorrere e io, da queste montagne, non ho ancora imparato a congedarmi.
Vittorio Camacci
Libero pensatore della Laga