
Quando morì compare Nazzareno di Porchiano, la gente disse che era stata una morte strana. Non perché fosse morto vecchio, ché vecchio lo era davvero, ma perché sul letto, poco prima dell’ultimo respiro, aveva spalancato gli occhi verso la finestra e aveva sussurrato con paura: “No… da ciammarica no…”
Poi il silenzio.
Le donne che vegliavano il corpo si fecero il segno della croce. Una di loro uscì subito di casa e corse alla fontana, dove gli anziani stavano seduti al sole.
“È morto Nazzareno… e ha nominato la ciammarica.”
Nessuno rise.
Perché da quelle parti, sotto il profilo scuro del Monte dell’Ascensione, quella non era una parola qualsiasi. Era una condanna antica.
Si diceva infatti che chi nella vita non fosse mai salito sulla cima dell’Ascensione, almeno una volta, dopo morto sarebbe tornato a salirci da ciammarica, una lumaca lenta e affaticata, costretta a trascinarsi tra sassi, ginestre e fango fino alla croce della vetta e Nazzareno, testardo com’era, sull’Ascensione non c’era mai voluto andare.
Aveva lavorato tutta la vita nei campi sotto Venagrande, guardando ogni giorno quella montagna dalla forma strana, simile a un gigante addormentato. L’aveva vista d’inverno nera di neve e nebbia, d’estate bruciata dal sole, ma non aveva mai fatto la salita della festa. Ogni maggio, quando le campane chiamavano i pellegrini, scuoteva la testa: “Le montagne servono a guardarle da lontano.”
Eppure sua madre glielo aveva ripetuto fin da bambino.
“Nazzarè, almeno una volta vacci. Se no ci torni strisciando.”
Ma lui rideva.
Rideva dei racconti sui Sacconi. Rideva di Meco del Sacco. Rideva perfino delle storie della Rupe di Polisia, dove la terra si sarebbe aperta per salvare la figlia del governatore romano. Per lui erano fantasie da contadini e invece gli anziani sapevano che sull’Ascensione il sacro e il mistero camminavano insieme da secoli.
Così, la primavera successiva alla sua morte, accadde una cosa che ancora oggi a Porchiano qualcuno racconta sottovoce.
Era la notte della vigilia dell’Ascensione.
I fuochi ardevano sui prati alti. I ragazzi saltavano le fiamme per buon augurio e le donne raccoglievano l’acqua rosa lasciata fuori nelle catinelle con petali e erbe odorose, come voleva la tradizione antica del monte.
La luna illuminava appena il sentiero che saliva dalla valle del Chiaro.
Fu allora che il pastore Elpidio vide qualcosa.
All’inizio credette fosse un riflesso d’umidità tra i sassi. Ma quella cosa si muoveva. Lentamente. Con una scia argentea dietro.
Una grossa lumaca.
Troppo grossa.
Procedeva ostinata verso la cima.
Elpidio sentì un freddo salire lungo la schiena, perché sul guscio della bestia c’era un segno chiaro, identico alla cicatrice che Nazzareno aveva sulla fronte da quando era caduto da ragazzo vicino al mulino.
La ciammarica avanzava piano, come trascinando un peso immenso e non era sola.
Dal bosco uscivano figure nere.
Uomini e donne avvolti in rozzi saii di tela grezza.
I Sacconi.
Camminavano scalzi nel silenzio, reggendo torce tremolanti. Alcuni si flagellavano le spalle nude con corde annodate, altri pregavano a bassa voce. Parevano ombre uscite dal Trecento.
In mezzo a loro avanzava un uomo magro, con barba lunga e occhi chiarissimi. Portava un bastone di nocciolo e un saio più ruvido degli altri.
Elpidio capì subito chi fosse.
Meco del Sacco.
Il predicatore che secoli prima aveva trascinato migliaia di penitenti sul monte, fondando l’oratorio dell’Ascensione e la festa che ancora gli ascolani celebravano ogni maggio. Un uomo considerato santo da alcuni ed eretico da altri, processato dall’Inquisizione e quasi mandato al rogo.
La processione avanzava senza rumore.
Solo il raschiare lento della lumaca sui sassi rompeva il silenzio.
Arrivati vicino alla Fossa del Lupo, il vento si alzò all’improvviso. Le torce si piegarono e dalla grande spaccatura del monte sembrò uscire un respiro profondo, antico.
Meco si fermò.
Guardò la ciammarica e disse: “Ogni uomo sale. Da vivo o da morto. Nessuno può evitare il monte.”
La lumaca continuò a strisciare.
Dietro di lei i Sacconi intonarono un canto basso, quasi un lamento. Pareva venire dalle viscere della montagna stessa.
Elpidio, nascosto dietro un ginepro, tremava.
Vide allora che la ciammarica lasciava dietro di sé non soltanto bava, ma piccoli ricordi: un manico di bidente, una pipa, una medaglietta consumata, chicchi di granturco… tutta la vita di Nazzareno che si staccava piano piano lungo la salita.
Quando arrivarono alla Croce dell’Ascensione, sulla vetta spazzata dal vento, il cielo iniziò a schiarire.
Meco del Sacco alzò le mani verso oriente.
I Sacconi si inginocchiarono.
La lumaca si fermò ai piedi della croce di ferro e in quell’istante, raccontò poi Elpidio, il guscio si spezzò lentamente.
Dal suo interno uscì un filo di luce bianca che salì nel cielo dell’alba, lieve come nebbia.
Poi tutto sparì.
Niente torce.
Niente Sacconi.
Niente lumaca.
Solo il vento dell’Ascensione e il primo sole sopra le colline.
Da allora, ogni anno, gli abitanti dei paesi intorno continuano a salire sul monte almeno una volta nella vita. Alcuni per fede. Altri per tradizione. Altri ancora perché lassù il panorama sembra davvero aprire il cuore.
Ma quasi tutti, quando passano vicino alla Fossa del Lupo o alla Rupe di Polisia, abbassano la voce e se lungo il sentiero vedono una lumaca attraversare lentamente i sassi, la scansano piano, senza farle del male.
Perché potrebbe essere qualcuno che sta ancora salendo.
Vittorio Camacci
Libero pensatore della Laga