
Ci sono uomini che muoiono e uomini che continuano a camminare. San Francesco appartiene alla seconda specie. Morì il 3 ottobre 1226, adagiato sulla nuda terra della Porziuncola, eppure da ottocento anni la sua figura continua a percorrere le strade del mondo, come se quel viaggio non fosse mai veramente finito. Forse perché Francesco non ci ha lasciato soltanto delle parole, ma un modo di stare sulla terra. Non ci ha insegnato a guardare il cielo dimenticando il mondo, ma a riconoscere il cielo nelle cose della terra: negli uomini, negli animali, nell’acqua, nel fuoco, nel vento, nella povertà, nel lavoro, perfino nella morte ed è proprio questo che rende ancora così inquietante e attuale la sua voce. Oggi siamo abituati a parlare di Francesco come di un santo immobile, chiuso dentro gli affreschi di Giotto, dentro le pietre di Assisi, dentro le celebrazioni degli anniversari. Ma Francesco non era fatto per stare fermo. Era un uomo di strada. Camminava e per comprendere davvero il senso del suo messaggio bisogna forse seguirne i passi, lasciare Assisi e attraversare con lui l’Appennino, scendere lungo sentieri che ancora oggi conoscono il silenzio, passare per Foligno, Spoleto, Norcia, salire verso Castelluccio e poi inoltrarsi nella montagna fino al Piceno, verso Arquata e Ascoli. È un viaggio che oggi possiamo ricostruire come una lunga linea francescana attraverso l’Italia centrale e che acquista un significato particolare proprio qui, sulle montagne dove le pietre sembrano conservare la memoria di chi le ha attraversate. Francesco arrivò ad Ascoli nel 1215. La sua predicazione ebbe una tale forza che, secondo Tommaso da Celano, una trentina di uomini, tra chierici e laici, decisero di seguirlo e di indossare il suo abito. La presenza francescana nella città nasce dunque da quell’incontro e da quella parola pronunciata davanti a una folla che ancora non poteva sapere quanto sarebbe durato il cammino iniziato quel giorno. Ma qui la storia diventa anche leggenda e forse proprio per questo diventa più bella. Perché in questa terra incontriamo la figura di Guglielmo Divini da Lisciano, il poeta che la tradizione identifica con quel frate Pacifico che Francesco chiamò al suo seguito. Le fonti storiche invitano alla prudenza: l’identificazione tra Guglielmo Divini e fra Pacifico non è definitivamente provata. Ma è una tradizione antica e radicata e racconta una storia troppo suggestiva per essere liquidata con una semplice nota a margine. Guglielmo sarebbe stato un poeta, un uomo di lettere, un “re dei versi”, un uomo abituato alla gloria del mondo e alla forza della parola. Poi avrebbe incontrato Francesco e avrebbe cambiato strada. Non avrebbe rinnegato la parola: l’avrebbe messa al servizio di qualcosa di più grande. Francesco gli avrebbe dato un altro nome: Pacifico e il nome dice già tutto. Non più la gloria, non più il clamore del mondo, ma la pace. È una storia che appartiene profondamente a queste montagne. Perché Francesco non attraversò un paesaggio qualsiasi. Attraversò una terra aspra, fatta di boschi, pascoli, pietre e piccoli villaggi, una terra dove la vita non era una teoria ma fatica quotidiana e quando il suo cammino arrivò nel territorio ascolano, quella spiritualità incontrò uomini che conoscevano il valore della terra e del lavoro, ma anche quello della parola. Da una parte il poverello che aveva scelto di spogliarsi di tutto, dall’altra il poeta che aveva conosciuto la gloria dei versi. Due strade apparentemente opposte che si incontrano e finiscono per andare nella stessa direzione è forse questo uno dei segreti del francescanesimo: non distruggere ciò che un uomo è stato, ma trasformarlo. Il poeta non smette di essere poeta; il ricco non viene semplicemente privato delle sue ricchezze; l’uomo di mondo non viene cancellato. Cambia il modo di guardare le cose e allora anche la parola cambia. Non serve più a conquistare applausi, ma a cercare la verità. Non serve più a mettere qualcuno sopra gli altri, ma a chiamare fratello ciò che prima sembrava estraneo. Qui la vicenda di Pacifico si lega in modo quasi naturale al Cantico delle creature. Il Cantico fu composto nel 1225, quando Francesco era ormai quasi cieco e gravemente malato e divenne una delle più alte espressioni della lingua italiana nascente. Le fonti e gli studi contemporanei discutono ancora sul ruolo che fra Pacifico possa avere avuto nella sua elaborazione: non possiamo trasformare un’ipotesi in una certezza, ma possiamo comprendere quanto sia suggestiva l’idea che accanto a Francesco, nel momento in cui il santo cantava il sole, la luna, l’acqua, il fuoco, la terra e la morte, vi fosse anche un uomo che aveva fatto della parola poetica la propria vita e allora il viaggio che parte da Assisi e arriva ad Ascoli non è più soltanto geografico è il viaggio di una parola che cambia padrone. Una parola che prima celebrava gli uomini potenti e poi comincia a celebrare il Creatore e le creature. Una parola che prima cercava la gloria e poi cerca la fraternità. Una parola che attraversa i secoli e arriva fino a noi. Forse è proprio qui che Francesco torna a parlare al nostro tempo. Una frase del Testamento francescano oggi appare quasi provocatoria: Francesco dice di aver lavorato con le proprie mani e di voler lavorare, chiedendo che anche gli altri frati imparassero un lavoro onesto, non per cupidigia ma per dare esempio e tenere lontano l’ozio e poi quella frase sulla remunerazione, secondo cui ciascuno dovrebbe essere ricompensato non in base alla propria autorità, ma in base al proprio lavoro ed è difficile non sentire, dopo otto secoli, quanto quella voce sia ancora capace di entrare nelle nostre contraddizioni. Francesco parla anche di pace, mentre il mondo continua a conoscere la guerra; parla di fraternità, mentre noi abbiamo costruito società dove spesso il valore di una persona sembra dipendere da ciò che possiede; parla della dignità di ogni creatura mentre consumiamo la terra come se ci appartenesse per sempre; parla della morte chiamandola sorella mentre noi tentiamo continuamente di rimuoverla dal nostro orizzonte e soprattutto parla agli ultimi senza trasformarli in una categoria da compatire. Li chiama fratelli è una parola semplice, ma rivoluzionaria. Per Francesco non esiste una nobiltà dell’uomo contro un’altra umanità. Esiste la fraternità e forse è proprio questa la parola che abbiamo smarrito più di tutte. Non è un caso che nel 1986 Giovanni Paolo II abbia scelto Assisi per riunire uomini e donne di religioni diverse e pregare insieme per la pace. Quella giornata nasceva nello spirito di un uomo che, ottocento anni prima, aveva avuto il coraggio di andare incontro all’altro senza trasformarlo automaticamente in un nemico. Francesco aveva compreso una cosa che oggi facciamo fatica a ricordare: la pace non comincia nei trattati, comincia nel modo in cui guardiamo l’uomo che abbiamo davanti e così il viaggio continua. Da Assisi a Foligno, da Spoleto a Norcia, da Castelluccio alla montagna, da Arquata ad Ascoli, fino a quel piccolo mondo di Santa Maria a Corte, alle pendici della Laga, dove la tradizione lega la memoria di Guglielmo Divini a quella di fra Pacifico è come se il santo avesse lasciato lungo la strada delle pietre miliari invisibili e noi oggi possiamo ancora seguirle. Possiamo passare davanti alle chiese, ai conventi, agli eremi, ai sentieri e ai paesi, ma soprattutto possiamo chiederci che cosa sia rimasto davvero di quel viaggio. Non soltanto i monumenti, non soltanto le celebrazioni dell’ottavo centenario, non soltanto le fotografie di Assisi gremita di pellegrini è rimasto un modo diverso di stare al mondo. Francesco ci ricorda che la terra non è una proprietà da consumare, il lavoro non è una vergogna, la povertà non rende un uomo meno uomo, la donna non è inferiore, il diverso non è necessariamente un nemico, la morte non è una sconfitta e il potere non è una misura della dignità. Ci ricorda soprattutto che nessuno si salva da solo. Forse è questo il motivo per cui, ottocento anni dopo la sua morte, Francesco continua a camminare. Cammina nelle parole di chi cerca la pace, nei poveri che non vogliono essere dimenticati, negli uomini che lavorano con le mani, nei giovani che cercano un senso oltre il denaro, nei vecchi che custodiscono la memoria dei paesi, nei pellegrini che attraversano le montagne, nei frati che ancora percorrono le strade e persino in chi, come noi, prova a ricostruire un legame tra una pietra e l’altra, tra un paese e l’altro, tra una generazione e quella che verrà. Francesco è ancora vivo proprio perché non ci ha chiesto di ammirarlo. Ci ha chiesto, molto più semplicemente, di seguirlo e seguirlo significa tornare a camminare. Significa rimettersi sulla strada. Significa attraversare le montagne senza avere paura della fatica. Significa arrivare davanti a un uomo e chiamarlo fratello. Significa guardare un albero, una sorgente, un animale, una pietra e comprendere che non siamo padroni di tutto ciò che ci circonda. Significa lavorare senza vergognarsi del lavoro e vivere senza trasformare il denaro nella misura di ogni cosa. Significa, infine, arrivare davanti alla morte con la stessa umiltà con cui Francesco volle arrivare davanti alla terra: senza altra bara, senza altro possesso, restituendo al mondo soltanto ciò che abbiamo ricevuto e allora quel vecchio cammino che da Assisi scende verso il cuore dell’Appennino non è finito. Passa ancora per Norcia, per Castelluccio, per Arquata, per Ascoli, per Lisciano e per Santa Maria a Corte. Passa attraverso le nostre pietre e le nostre ferite e forse, in fondo, passa ancora dentro di noi. Perché otto secoli dopo, mentre il mondo corre verso macchine sempre più intelligenti, verso ricchezze sempre più grandi e verso un futuro che pretende di cancellare perfino i limiti dell’uomo, la voce di Francesco continua a dirci una cosa antichissima e terribilmente moderna: non abbiamo bisogno di possedere di più. Abbiamo bisogno di essere fratelli e basta questo per rimetterci in cammino.
Vittorio Camacci
(Libero pensatore della Laga)