
Tremila anni fa, molto prima che le aquile di Roma comparissero all’orizzonte e che una strada lastricata riuscisse a incidere con il ferro il fianco delle montagne, la Laga apparteneva a un mondo che oggi sarebbe quasi impossibile riconoscere. Le foreste scendevano fitte lungo i pendii, riempiendo le vallate di faggi, querce e castagni, mentre i torrenti correvano impetuosi tra le gole e, dopo le grandi piogge d’autunno, potevano trasformarsi in poche ore in fiumi capaci di trascinare a valle tronchi, animali e uomini. All’alba una nebbia pesante rimaneva impigliata tra i rami e avvolgeva le capanne dei villaggi, costruite con pietre raccolte nei torrenti e tronchi tagliati durante l’inverno; soltanto quando il sole riusciva a salire abbastanza alto la coltre bianca si apriva lentamente, mostrando i pascoli, le pareti rocciose e le cime ancora immerse nell’ombra.
Quello era un mondo nel quale sopravvivere significava conoscere la terra meglio di quanto si conoscessero i propri nemici. I Sabini occupavano le zone più vicine ai passi, i Pretuzi e i Piceni vivevano nelle valli più ampie e altre tribù, venute dalla Valle del Nera, che gli anziani chiamavano Naharki, si erano stabilite nelle zone più alte, dove i boschi diventavano fitti e i sentieri difficili persino per chi vi era nato. Non formavano un unico regno e non riconoscevano un solo sovrano: ogni comunità aveva i propri capi, le proprie consuetudini e le proprie rivalità e spesso bastava una sorgente contesa o un pascolo oltre il confine perché uomini della stessa montagna si affrontassero con le lance. Tuttavia, quando un pericolo arrivava da lontano, quelle differenze diventavano improvvisamente più piccole, perché tutti conoscevano la medesima verità: la montagna poteva nutrirli, nasconderli e proteggerli, ma poteva anche ucciderli se avessero dimenticato di rispettarla.
Arunte aveva imparato quella lezione quando era ancora bambino. Suo padre lo aveva portato a caccia per la prima volta quando aveva appena sette inverni e, invece di mettergli immediatamente un arco tra le mani, lo aveva fatto sedere accanto a un torrente ordinandogli di rimanere in silenzio. Il bambino, dopo qualche minuto, aveva cominciato a spazientirsi e gli aveva domandato che cosa dovesse aspettare. Il padre aveva sorriso senza distogliere lo sguardo dalla foresta e gli aveva risposto: «Niente. È proprio questo che devi imparare. Finché cercherai qualcosa da guardare, non riuscirai a vedere ciò che sta accadendo intorno a te». Arunte allora era rimasto seduto, dapprima ascoltando soltanto il fragore dell’acqua e il vento che muoveva le foglie, poi cominciando lentamente a distinguere un fruscio dall’altro, il movimento di un animale dal semplice passaggio dell’aria, il battito improvviso delle ali di un uccello dal rumore prodotto da un ramo spezzato. Quel giorno aveva compreso che la foresta non era silenziosa come sembrava agli occhi di un bambino: era piena di voci e chi avesse imparato ad ascoltarle avrebbe avuto spesso un istante di vantaggio sulla morte.
Molti anni più tardi, quando Arunte era diventato uno dei cacciatori più esperti della sua gente, fu proprio quella lezione a salvargli la vita. Era una mattina fredda, il terreno era ancora impregnato della pioggia caduta durante la notte e il giovane seguiva le tracce di un cervo lungo un pendio coperto di foglie fradice. L’animale era passato da poco: le impronte erano nitide nel fango e qualche ciuffo di pelo era rimasto impigliato nella corteccia di un arbusto. Arunte avanzava lentamente, con l’arco nella mano sinistra e una freccia già pronta, quando si accorse che qualcosa era cambiato. Non era comparso alcun rumore particolare; era stato, al contrario, il modo improvviso in cui tutti i rumori erano scomparsi a metterlo in allarme. Il bosco si era fatto stranamente immobile. Nessun uccello cantava, nessun ramo scricchiolava, persino il vento sembrava essersi fermato.
Arunte abbassò lentamente l’arco e si mise in ginocchio. Fu allora che vide, accanto alle impronte del cervo, un’orma umana. La osservò senza toccarla e capì immediatamente che non apparteneva a nessuno dei cacciatori del villaggio: il bordo era ancora netto e la terra all’interno non era stata lavata dalla pioggia. Qualcuno era passato di lì da poco. Arunte alzò lo sguardo verso gli alberi e per un istante ebbe la netta sensazione che la foresta lo stesse osservando. Un istante dopo una lancia attraversò lo spazio davanti al suo volto e andò a conficcarsi nel tronco di un faggio. Arunte si gettò a terra mentre una seconda arma gli passava sopra la schiena e, rialzandosi, vide tra gli alberi alcuni uomini che non appartenevano a nessuna delle tribù della montagna. Erano armati e si muovevano con la sicurezza di guerrieri abituati a inseguire uomini, non animali.
Arunte non pensò neppure per un istante di affrontarli. Si voltò e corse, perché conosceva quella parte della Laga abbastanza bene da sapere che un uomo solo poteva vincere contro molti avversari soltanto se riusciva a trasformare la montagna nella propria arma. Attraversò un torrente saltando sulle pietre scivolose, risalì una parete ricoperta di muschio e si lasciò cadere dall’altra parte del pendio mentre dietro di lui le grida degli inseguitori si facevano sempre più vicine. Una freccia gli lacerò il braccio, ma il dolore non riuscì a fermarlo. Continuò a correre finché raggiunse una spaccatura naturale del terreno che conosceva fin da bambino, una cavità nascosta da felci e radici nella quale riuscì a infilarsi proprio quando i guerrieri stavano per raggiungerlo.
Rimase immobile mentre gli uomini passavano sopra di lui. Uno si fermò a pochi passi dall’apertura e guardò intorno con sospetto. «Dov’è finito?» domandò. Un altro rispose che non poteva essere lontano e ordinò agli altri di continuare a cercarlo. Arunte trattenne il respiro fino a quando i polmoni cominciarono a bruciargli; poteva vedere i piedi del guerriero attraverso le foglie e capiva che sarebbe bastato un passo nella direzione sbagliata perché tutto finisse. Ma l’uomo alla fine si allontanò e, quando anche l’ultimo rumore scomparve, Arunte uscì lentamente dal suo nascondiglio.
Era ferito, ma non era quello a preoccuparlo. Quegli uomini non avevano agito come predoni e neppure come cacciatori in cerca di bestiame o di cibo. Avevano osservato il terreno, avevano cercato i passaggi e avevano studiato la valle. Arunte tornò al villaggio prima del tramonto e raccontò ciò che aveva visto al vecchio capo della comunità, che lo ascoltò in silenzio davanti al fuoco. Quando gli domandò che cosa cercassero quegli stranieri, Arunte rispose semplicemente: «La strada». Qualcuno sorrise, ricordando che nella loro terra non esistevano strade. Arunte però scosse la testa e disse: «Per noi no. Ma per chi verrà dopo di loro, forse sì». Nessuno rise più.
Da quel momento gli stranieri cominciarono ad apparire con maggiore frequenza. All’inizio erano mercanti che portavano sale, metalli e oggetti sconosciuti, chiedendo in cambio pelli, bestiame e prodotti della montagna; poi arrivarono uomini armati, piccoli gruppi che percorrevano i sentieri, osservavano i villaggi e facevano domande. Passarono anni durante i quali quella presenza sembrò quasi innocua, finché un giorno cominciarono ad arrivare notizie da ovest. Si parlava di un popolo diverso dagli altri, un popolo che non si accontentava di vincere una battaglia e tornare indietro, ma che dopo aver conquistato una terra vi costruiva strade, ponti, accampamenti e fortificazioni.
Quando Arunte domandò a un mercante come si chiamassero quegli uomini, ricevette una risposta che gli rimase nella memoria: «Romani».
La parola non significava ancora nulla per lui, ma qualche mese più tardi avrebbe imparato quanto peso potesse avere.
Le prime legioni apparvero nella valle all’inizio della primavera. Arunte si trovava su una cresta quando la nebbia si aprì e sotto di lui comparve una lunga colonna di uomini. All’inizio sembrava soltanto una fila interminabile di guerrieri, poi il vento spinse via la foschia e apparvero gli scudi, le lance, gli elmi e le insegne che si muovevano sopra le loro teste. Un anziano che era salito con lui guardò quella massa e gli domandò quanti fossero. Arunte rimase in silenzio per qualche istante, poi rispose: «Abbastanza». Il vecchio insistette: «Possiamo fermarli?». Arunte continuò a osservare la colonna e alla fine disse: «Possiamo ucciderne alcuni. Ma quelli che resteranno continueranno a venire».
Fu allora che comprese la vera natura del pericolo. Le tribù che avevano combattuto fino a quel momento cercavano una vittoria; Roma sembrava cercare qualcosa di più grande. Non aveva bisogno di vincere ogni giorno. Le bastava avanzare. Poteva perdere uomini, ritirarsi per un inverno, tornare nella primavera successiva e ricominciare da dove aveva lasciato. Era come un fiume che avanza lentamente verso valle: puoi deviarne una parte, puoi costruire una diga, puoi perfino fermarlo per qualche tempo, ma prima o poi l’acqua trova un’altra strada.
La prima grande battaglia avvenne in una gola che gli uomini della montagna conoscevano come il palmo delle proprie mani. Arunte aveva studiato per giorni il terreno e aveva disposto uomini sulle pendici, nascosti tra gli alberi e dietro le rocce. Quando la colonna romana entrò nel passaggio, i guerrieri fecero rotolare massi e tronchi dall’alto. Il fragore fu terribile: uomini e animali caddero, gli scudi si spezzarono e per alcuni istanti la gola sembrò sul punto di inghiottire l’intera legione.
Gli uomini della montagna credettero di aver vinto, ma Arunte si accorse quasi subito dell’errore. I Romani non fuggivano. Si stavano ricomponendo. I soldati si stringevano dietro gli scudi e, lentamente, riprendevano ad avanzare. Quando uno cadeva, quello dietro prendeva il suo posto; quando una formazione si spezzava, un’altra la sostituiva. Arunte guardò quella massa di ferro risalire la gola e capì che non avrebbe potuto affrontarla a viso aperto.
«Ritiratevi!» ordinò.
Un guerriero lo guardò incredulo. «Adesso? Li abbiamo quasi distrutti!»
Arunte indicò la gola. «Guardali bene. Quelli che stiamo uccidendo sono soltanto quelli che abbiamo davanti. Quelli che arrivano dietro non sono ancora entrati nella battaglia.»
Il guerriero si voltò e vide la lunga colonna che continuava a scendere verso di loro.
Quella volta gli uomini della montagna obbedirono.
La ritirata si trasformò in una caccia e Arunte condusse i Romani nel bosco, là dove il terreno diventava loro nemico. Alcuni caddero nelle buche nascoste, altri furono colpiti dalle frecce scagliate dagli alberi, ma un soldato riuscì a raggiungere Arunte e gli si scagliò contro con la spada. Il primo colpo fu parato, il secondo gli aprì il fianco. Arunte cadde e vide la lama sollevarsi sopra la sua testa. Per una frazione di secondo credette che fosse finita, ma proprio allora il piede del soldato scivolò su una radice bagnata. L’uomo perse l’equilibrio e Arunte ne approfittò, afferrando il coltello e colpendolo prima che potesse rialzarsi.
Quando tornò in piedi, aveva il sangue dell’avversario sulle mani.
Guardò il corpo e per un istante pensò a quanto poco fosse mancato alla sua morte. Ancora una volta era sopravvissuto, ma questa volta non aveva avuto la certezza che sarebbe successo di nuovo.
Negli anni successivi Roma continuò ad avanzare. La cosa più inquietante, per Arunte, era che non distruggeva sempre ciò che conquistava. A volte offriva protezione, commerci, nuove regole, nuove strade. Alcuni capi accettavano e convincevano la propria gente che forse quella nuova vita non fosse poi così terribile. Arunte osservava quella trasformazione con crescente inquietudine, perché aveva capito che una terra poteva essere conquistata anche senza bruciarne le case.
Una sera, davanti al fuoco, sua moglie gli domandò perché continuasse a combattere contro uomini che talvolta non avevano fatto loro alcun male.
Arunte rimase in silenzio prima di rispondere. «Perché non hanno bisogno di farci del male per cambiarci. Possono convincerci che la loro maniera di vivere sia migliore della nostra, che le loro leggi siano più giuste, che i nostri padri fossero uomini arretrati e che i nostri figli debbano diventare come loro e quando ce ne accorgeremo, non avranno più bisogno di una spada per governarci.»
La donna lo guardò a lungo, poi gli domandò: «E tu cosa vuoi salvare?»
Arunte osservò il figlio addormentato accanto al fuoco.
«La memoria», rispose. «Voglio che sappia chi era suo nonno. Voglio che sappia il nome delle montagne che lo hanno visto nascere. Voglio che, quando un giorno qualcuno gli dirà che tutto questo è sempre appartenuto a Roma, lui possa guardarlo negli occhi e rispondere che prima di Roma qui c’erano uomini, famiglie, morti, nascite e storie che nessuno aveva il diritto di cancellare.»
La fuga cominciò nell’inverno successivo.
Non ebbe nulla di eroico. Fu una fuga fatta di freddo, fame, bambini stanchi e ferite che non potevano essere curate, mentre dietro di loro i Romani continuavano lentamente a chiudere le vie di passaggio. Arunte guidò la propria famiglia verso le zone più alte, seguendo sentieri che soltanto chi era nato nella montagna avrebbe potuto trovare.
Una sera, mentre attraversavano un torrente, sentirono alle loro spalle il rumore delle torce. I Romani li avevano trovati.
Il bambino cominciò a tremare.
«Padre, dove stiamo andando?»
Arunte lo prese tra le braccia e continuò a camminare nell’acqua gelida.
«Dove la montagna diventa troppo difficile per chi non la conosce.»
«Poi torneremo?»
Arunte esitò. Non voleva mentire a suo figlio, ma non voleva neppure consegnargli la paura.
«Forse un giorno tornerai tu.»
Attraversarono il torrente e raggiunsero una gola dominata da una cascata. Arunte conosceva quel luogo e ricordava una cavità nascosta dietro il velo d’acqua. Fece entrare prima il figlio, poi la moglie e infine si voltò verso la valle.
Le torce erano ormai vicine.
Si immerse nell’acqua fino al petto e rimase immobile.
I soldati raggiunsero la riva.
«Devono essere passati di qui», disse uno.
Un altro guardò la cascata. «Non possono essere andati oltre.»
Arunte rimase senza respirare.
Una goccia gli scivolò dalla fronte.
Un soldato fece qualche passo verso l’acqua.
Arunte strinse il coltello.
Era pronto a uscire dalla cavità e morire combattendo, se fosse stato necessario.
Ma il soldato si fermò.
Dopo qualche istante si voltò.
«Continuiamo.»
Le torce scomparvero lentamente tra gli alberi.
Arunte aspettò ancora, perché aveva imparato che nella montagna anche la speranza può diventare una trappola se la si afferra troppo presto. Soltanto quando il rumore dei passi fu completamente svanito uscì dall’acqua.
Sua moglie lo guardò tremando.
«Sei vivo.»
Arunte respirò profondamente e sorrise.
«Per ora.»
Fuori dalla grotta aveva cominciato a nevicare. Le cime erano bianche e, molto più in basso, nella valle, alcune luci romane brillavano ancora nella notte come stelle cadute sulla terra.
Arunte prese la mano del figlio e ricominciò a salire.
Non sapeva quanto sarebbe durata quella fuga, né se avrebbe potuto impedire a Roma di conquistare le sue montagne. Sapeva soltanto che, finché avesse avuto fiato nei polmoni, avrebbe cercato di salvare almeno una cosa dalla sconfitta: il ricordo di ciò che la Laga era stata prima che qualcun altro decidesse di darle un nuovo nome.
Alle sue spalle il mondo antico stava lentamente scomparendo.
Davanti a lui, nel buio, la foresta si richiudeva come una porta.
Arunte vi entrò insieme alla sua famiglia e, per un istante, prima che gli alberi cancellassero definitivamente la valle dal suo sguardo, si voltò verso le montagne.
Il vento correva sulle cime.
La neve copriva le vecchie impronte e sotto quella coltre bianca continuava a vivere una terra che aveva conosciuto molti popoli e che, nei secoli a venire, avrebbe continuato a custodire le loro ossa, le loro storie e i loro nomi.
Roma avrebbe potuto conquistare la valle.
Avrebbe potuto costruire strade, forti e città.
Avrebbe potuto imporre la propria lingua e le proprie leggi.
Ma Arunte aveva ormai compreso che esistevano conquiste che nessun esercito poteva completare.
Perché finché qualcuno avesse ricordato il nome della montagna, finché un padre avesse raccontato al proprio figlio ciò che era accaduto prima dell’arrivo delle aquile, finché un uomo avesse continuato a riconoscere nel vento l’odore del bosco e nel silenzio il richiamo degli animali, quella civiltà non sarebbe stata cancellata completamente.
Sarebbe rimasta nascosta.
Come un fuoco sotto la cenere.
Come un sentiero coperto dalla neve.
Come il respiro della Laga e forse, molti secoli dopo, sarebbe bastato che qualcuno tornasse ad ascoltare.
Vittorio Camacci
( Libero pensatore della Laga)