
Prima della processione dell’ Immacolata, l’ immoto silenzio a cui tutte erano abituate s’ accresceva nell’ attesa, nell’ incredulità. Saliva dal di fuori, oltrepassava le mura d’arenaria, travolgeva il San Sebastiano dell’ affresco. La Madre Superiora sentiva l’ approssimarsi dell’ evento sacro salire dalle scale sdrucciole, vecchie di secoli, per poi dirigersi verso il chiostro umido del convento. Il paese smetteva di affliggersi e la sospensione arrivava fin dentro le celle. La Madre Superiora non vedeva, oramai, il paese da vent’anni, avvolta nella sua clausura. Ne aveva avuta qualche immagine dal finestrino del pulmino Wolkswagen T2 quando con le consorelle era partita per gli esercizi spirituali a Roma. Eppure il paese la Madre Superiora lo vedeva tutto: lo sentiva articolarsi intorno a lei per i vicoli profumati di candeggina e le ante spalancate dei palazzi terremotati. La Madre Superiora ricordava e vedeva perché se Dio aveva pensato di mandarla là dentro un motivo doveva esserci. Per questo sorrideva sempre e gli anni della sua doppia vita ora coincidevano e si chiudevano come le due parti della Bibbia. Metà vita era stata Maria e l’ altra metà Madre Teresa. Nella prima parte di quel libro sì era dedicata completamente alla corsa. Quando allungava la falcata, sforzava i tendini, recuperava il fiato avvertiva la nota d’attacco: Maria era tutta nel suo corpo e nelle sue gambe. La mente c’era, ma era servita prima, negli allenamenti. Ora lei l’ escludeva: doveva sentire e sentiva la caviglia tendersi, i muscoli che spingevano, i quadricipiti che richiamavano le cosce in avanti. Non guardava l’ allenatore durante l’ esecuzione non ne aveva bisogno. La perfezione e l’ incanto si costruivano da soli sulla pista, come doveva essere l’ universo esploso dopo la Creazione. Ogni stella al suo posto a creare costellazioni, lei era una di quelle. Quando andava ai raduni internazionali c’erano ragazzi di tutto il mondo e la religione nei campus non era una sola, e anzi, molti a Dio non ci credevano affatto. Allora Maria raccoglieva in sé tutte queste versioni e le costruiva insieme e si era immaginata Dio motore immobile a dar energia al Big Bang. Ma allora, quando aveva vent’anni, fu mentre faceva le ripetute in salita, nel suo paese che Gesù la chiamò. Proprio Gesù, non gli alberi, o Dio, o la Vergine, no no : proprio Gesù. Si c’erano gli alberi e Dio dietro le nuvole e le rocce del Gran Sasso, ma Gesù la chiamò da un’ altro luogo: dal suo stesso corpo. Le scoppiò in petto un’ affanno che era una felicità, ma così grande, ma così grande che si dovette fermare per guardarla tutta. E stava ferma, Maria, sotto il grande noce, in piedi accanto la statua di San Gabriele e ancora il fiatone nel petto. Davanti a lei guardava la felicità. Si, c’era una croce sullo spuntone di roccia: ma non era quello il segno. Il segno era nella bocca dello stomaco, le afferrava il cuore, la pancia ed il petto assieme. Allora fu costretta a dirselo: si era innamorata. E mentre lo ammetteva rideva, tutta emozionata e si toccava le cosce , i fianchi per riconoscersi, ed in effetti si riconosceva.
Vittorio Camacci
Caro fratello, solo Tu potevi descrivere l’evento del Tuo racconto, non è un caso perché Tu sei abituato a sentire i richiami dei Tuoi paesaggi e solo a Te manca il fiato a guardarli come quando correvi. Solo Tu novello Diogene costretto a vivere in un alloggio d’emergenza assieme a una madre piegata dalla malattia ma non dalla fatica, come le brave donne di montagna. Solo Tu hai saputo cogliere l’afflato che lega una suora di clausura e un montanaro come te che nella fatica della corsa e dell’ascesa verso la vetta, sanno avvicinarsi all’essenza Divina.