Il vecchio ciliegio domina ancora la radura, solitario e maestoso, avvolto dai cerri e dai castagni che nel tempo lo hanno cinto in un abbraccio silenzioso. Il suo tronco rugoso sembra raccontare storie di mani callose che un tempo ne raccoglievano i frutti, di ragazzi che vi si arrampicavano sfidando la paura, di inverni rigidi e di estati colme di luce.

Avanzo nel sottobosco con passo lento. Non torno qui da anni, da quando mio nonno mi aveva raccontato di quell’albero piantato in un tempo lontano, quasi come una sfida al destino. Era stato il suo punto di riferimento, la sua vedetta sulla valle. “Quando i ciliegi fioriscono, sai che è tempo di tornare”, mi diceva sempre.
Raggiunta la radura, mi fermo ad osservare il paesaggio. La vecchia casetta di “schiazze” d’ arenaria, dove il nonno e la sua famiglia passavano le stagioni del fieno, è ormai un cumulo di pietre ricoperte di muschio. Non resta che il profilo sfocato di un’abitazione dimenticata. Eppure, il ciliegio è ancora lì.
Mi avvicino e poso una mano sulla corteccia ruvida. Respiro profondamente. È tutto strano, quasi irreale: tutto intorno è cambiato, il bosco ha ripreso il suo dominio, ma quest’albero resta una sentinella silenziosa del tempo. Forse, proprio come lui, anche il ciliegio attendeva qualcuno che lo riconoscesse.
Mi siedo su un masso piatto vicino e tiro fuori il mio vecchio taccuino. Ora so cosa fare. Questo luogo non deve essere dimenticato. Il bosco intorno è lo stesso che mio nonno ha frequentato per decenni. Devo raccontare la sua storia, parallela alla storia di un albero che ha visto il mondo cambiare e che, nonostante tutto, è rimasto qui. Un guardiano silenzioso della Laga. 

” Mio nonno era nato alla fine dell’ Ottocento, in un’ Italia ancora rurale, dove la legge era sempre del più forte o del più furbo. Da giovane si era arruolato nei Carabinieri, vivendo gli anni del ventennio fascista con disciplina e silenzio. Non era un uomo di grandi ideali, né di grandi discorsi: cercava di fare il suo dovere, osservava, si arrangiava, e forse, nel profondo, sapeva già che il mondo sarebbe cambiato senza chiedere il suo permesso. Poi arrivò la guerra, la disfatta, il caos. Dopo il 1945, non volle più avere a che fare con nessuno. Il paese che un tempo lui aveva amato ora gli sembrava un posto estraneo, lo guardava con diffidenza. Un posto dove erano stati commessi crimini, persecuzioni, che si portava addosso il peso di un passato ingombrante. Così fece la scelta più radicale: se ne andò nel bosco. Scelse di vivere con la montagna, lontano dalle chiacchiere e dagli intrighi, costruendo la sua libertà giorno dopo giorno, con il solo aiuto delle sue mani e dell’ istinto. Aveva un orto che curava con attenzione, un piccolo gregge che gli dava latte e formaggio ed il bosco che gli offriva la caccia ed il bracconaggio per rimediare carne fresca, fonte di proteine. Sapeva muoversi senza fare rumore, conosceva i sentieri meglio di chiunque altro, glieli aveva insegnati suo padre che era stato uno scout dell’ esercito riservista pontificio. Parlava poco, ma quando lo faceva ogni frase era di una saggezza immensa. Non era un santo, né un fuorilegge: era solo un uomo che aveva scelto di appartenere più alla natura che alla società umana. I paesani lo chiamavano ” Camacce” ma c’era chi andava a cercarlo per un consiglio, per un’ indicazione, per un rimedio che solo lui conosceva. Mi ha insegnato a camminare senza fare rumore, a riconoscere le orme nella terra umida, a rispettare la montagna, i suoi sentieri e i suoi segreti. Ora che anch’io scrivo le storie di chi è vissuto prima di me, capisco che il suo più grande insegnamento è stato questo: lasciare un segno che non svanisca con il tempo”

( Le parole degli antenati, tramandate di generazione in generazione, sono la luce che guida il nostro cammino)

      Vittorio Camacci