Fuori nevicava, ormai, da tre giorni ed Egidio se ne stava sdraiato sulla sedia a dondolo davanti al camino acceso della cucina. Le fiamme del fuoco erano l’unica fonte sfavillante che illuminava flebilmente tutta la stanza. Il gatto era raggomitolato ai suoi piedi e dormiva beatamente. Non possedeva un televisore, non poteva comprare il giornale, non poteva neanche scambiare delle chiacchiere con qualcuno perché con una neve così nessuno dei vicini era disposto a uscire di casa. Non poteva giocare a carte perché per farlo bisognava essere minimo in due. Non poteva bersi una birra o un’aranciata perché in casa esisteva solo l’acqua potabile nel secchio appeso sul lavandino della cucina e il fiasco di rosso piceno che suo figlio controllava rigorosamente per evitare eventuali sbornie.

Eppure Egidio non si annoiava. A quell’epoca non si era mai sentito di anziani caduti in depressione per mancanza di qualcosa. Poi la mattina presto la prima ad affacciarsi in cucina era la nuora Flora, una bella signora mora, curata, ben pettinata, con un viso morbido e sorridente, sembrava persino che non si fosse appena alzata dal letto.
“Ijih durmite be’, papà?” lo salutò. “Moh varie ijoh la stalla a mongne la vacca!”
Più tardi scendeva le scale il figlio Ernesto: basso, tarchiato e sempre ingrugnito. Egidio lo rimproverava sempre: “Pe’ forza ste’ ‘ncazzate, se ti piglive la moglie più brutta era meglie!”
Poi scendevano i tre nipotini, due maschi e una femmina, come un terremoto, sempre scalmanati. Ma Egidio sapeva tenerli a bada. La Flora scaldò il latte e tutti si sedettero a tavola per la colazione. Ognuno aveva il suo posto; i bambini stavano sulle sedie impagliate con le ginocchia, nonostante il richiamo del nonno e dei genitori e già inzuppavano il pane fresco nelle enormi tazze.
Flora ed Ernesto si alzarono dalla tavola per primi perché dovevano accudire gli animali, rifare la stalla, portare il fieno alle mucche, dare la “broda” ai maiali, il becchime alle galline, poi mungere e accudire le pecore.
Il vecchio Egidio si rimise vicino al camino con il compito di mescolare, ogni tanto, un tegame di fagioli appoggiato sopra un treppiedi sui carboni ardenti, mentre teneva a bada i monelli che, a causa della forte nevicata, non erano andati a scuola. Per fortuna era un narratore inesauribile di favole e i tre si accucciavano ai suoi piedi per ascoltare.
Ridendo e scherzando si fece mezzogiorno. Flora aveva fatto una sfoglia con sei uova, l’aveva lasciata riposare un’oretta e poi l’aveva tagliata a quadretti. Tutti si piazzarono di nuovo a tavola per mangiare con gusto la minestra con i fagioli e una frittata con la pancetta.
Nel pomeriggio Egidio rimase solo. I bambini erano in camera a studiare ed egli si divertì a rinverdire i ricordi. Ormai era vedovo da circa dieci anni e spesso pensava alla Pina, una signora del paese che negli anni di gioventù era stato il suo primo amore. Si erano sempre piaciuti, i loro sguardi si incrociavano spesso, ma Egidio non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi e il tutto non ebbe seguito.
Adesso fantasticava, pensava a una storia diversa: lui che finalmente si sbilanciava e la Pina entusiasta che gli buttava le braccia al collo e gli diceva che non aspettava altro. Ed allora abbandonavano le rispettive famiglie e fuggivano lontano. Dove? Forse a Roma, Milano, persino all’estero, fino a Parigi, dove nessuno li conosceva e potevano ricostruirsi una vita fantastica.
Ogni volta era così ed i suoi occhi si riempivano di lacrime, quando improvvisamente sentì bussare alla porta. Chi poteva essere con un tempaccio così? Non ci crederete: si aprì la porta e comparve un omone vestito di nero con la cappelletta tutta imbiancata.
Era Don Aldo, il prete del paese, che disse a voce alta:
“Sei pronto per una briscola, brutto comunista mangiapreti?”
Egidio sorrise sotto i baffi e rispose:
“Don Aldo, sempre a rompe li scatole a li povere pinsiunate? Entra, che ‘nen te facce vence nemmene na ma’  stavorda!”
Il prete si scrollò la neve di dosso e si sedette al tavolo. “Ho portato le carte e anche un fiasco di rosso… Ma non dirlo a tuo figlio!”
La partita iniziò e dopo un paio di mani Egidio si mise a ridere:
“Don Aldo, tu prighe tutte li di’  ma guarda case ije’  sempre lu diavele che da lì carte!”

” Ah! Egidio la tua lingua è sempre più affilata delle mie prediche!” Rispose Don Aldo con una risata. Poi si rimise il cappelletto e, dopo essersi scolato un bicchiere del famoso rosso piceno, uscì nella neve, lasciando la casa piena di risate ed il profumo del camino che continuava a bruciare.

      Vittorio Camacci