Era la notte di Natale, alla fine degli anni Sessanta, il piccolo borgo di Spelonga era avvolto in un silenzio ovattato dalla neve caduta durante tutta la giornata. Le case, strette l’una all’altra, sembravano custodire il calore delle famiglie radunate per il cenone, mentre dalle finestre illuminavano flebili luci di lampadine a incandescenza.

La salita verso la chiesa di piazza Sant’Agata cominciava già da ” ijo’ lì Calipicciu'” , serpeggiando tra le abitazioni e gli orti sommersi dalla neve. Gli uomini e i bambini si mettevano in cammino poco prima della mezzanotte, avanzando nel bianco che copriva ogni cosa. Nonostante il freddo pungente, si percepiva un’atmosfera di aspettativa. Le voci si mescolavano al rumore dei passi che affondavano nella neve, creando un ritmo familiare, quasi rassicurante.

La chiesa, posta al centro della piazza, dominava il borgo con la sua semplicità austera. Quando i primi arrivarono in cima, le campane iniziarono a suonare, scandendo il richiamo della messa di mezzanotte. Il portone si apriva lentamente, lasciando intravedere l’interno illuminato dalle candele sull’altare.

Dentro, l’atmosfera era intima e raccolta. La gente si sistemava sulle panche di legno, lasciando il freddo alle spalle. L’odore dell’incenso si mescolava a quello della cera delle candele, creando un profumo che sembrava avvolgere ogni angolo. Il parroco, don Paolo, si preparava sull’altare con movimenti misurati, mentre i bambini si avvicinavano al presepe sistemato sul lato destro della navata.

Il presepe era semplice ma curato nei dettagli: le montagne in cartapesta imitavano quelle che circondavano il paese e le casette di legno richiamavano quelle del borgo. Un piccolo specchio creava l’effetto di un laghetto ghiacciato, su cui alcuni pastori sembravano osservare il cielo stellato dipinto sullo sfondo.

La messa iniziò con un canto intonato da quasi tutte le donne e qualche sporadica voce maschile, accompagnati da un organo antico, il cui suono riempiva la chiesa con dolcezza e qualche lieve incertezza. Don Paolo parlò del Natale come del momento in cui il cuore degli uomini poteva riscoprire il valore della comunità, un tema che toccava profondamente gli abitanti del paese, abituati a condividere le difficoltà e le gioie della vita montana.

Dopo la funzione, la piazza si animò. La neve aveva smesso di cadere e una leggera brezza gelida faceva scintillare i cristalli ghiacciati sotto la luce della luna. Gli uomini si radunarono in piccoli gruppi, scambiandosi auguri, commentando il raccolto o le previsioni per l’inverno. I bambini correvano avanti e indietro, lasciando tracce effimere sulla neve.

Il ritorno a casa avvenne nel silenzio, con i passi che scandivano il ritmo del viaggio verso il calore delle proprie abitazioni. La notte di Natale si chiuse così, con un senso di pace che, per un momento, sembrava aver ricoperto tutto, come la neve che avvolgeva le montagne di Spelonga.

         Vittorio Camacci