Nel cratere sismico dell’Appennino centrale, tra le SAE già scolorite e i cantieri eterni, la verità è sparita come l’acqua nelle crepe del terreno. Da anni si parla di ricostruzione, ma a ben vedere, si è ricostruito solo un teatro di cartone. Palchi traballanti, comparse pagate, attori bugiardi. Nessuno è sincero. Nessuno osa dire la verità.

Le promesse cadono come intonaci vecchi. I tecnici sorridono e rassicurano, ma dietro le planimetrie firmate c’è solo business. I politici tagliano nastri su rovine mai risorte, gli imprenditori si ingrassano con l’emergenza. I cittadini? In bilico tra la rassegnazione e la rabbia, spesso divisi da rancori e invidie. Anche loro hanno imparato a mentire: fingono ottimismo per non affondare, tacciono per paura, sorridono per convenienza.

Nel cratere non si dice che le case non torneranno tutte in piedi. Non si dice che certi borghi sono stati cancellati non dal terremoto ma dalle scelte politiche. Non si dice che c’è chi si è arricchito e chi invece ha solo perso. Non si dice che molti hanno lasciato e non torneranno. Chi resta lo fa spesso per dovere, non per speranza.

Eppure, proprio in questo pantano di omissioni, di parole costruite per non dire nulla, la sincerità potrebbe essere l’unico gesto rivoluzionario. Un piccolo fuoco nel gelo del disincanto.

La sincerità di dire che le cose non vanno. Che le promesse sono state tradite. Che i soldi pubblici sono finiti altrove. Che certi cantieri servono solo a far girare i soldi, non a far tornare la vita. La sincerità di guardare in faccia i soprusi, di chiamare con il loro nome i compromessi. La sincerità di ammettere che la ricostruzione morale è molto più urgente di quella materiale.

Perché è facile costruire muri, più difficile ricostruire fiducia. Senza fiducia non esiste comunità, solo solitudini contigue.

Forse è vero che la sincerità ferisce, rompe equilibri, spezza complicità. Ma qui, nel cratere, gli equilibri sono già rotti e le complicità hanno già avvelenato il futuro. Allora tanto vale rischiare la verità. Una parola vera, anche se cruda, può valere più di cento dichiarazioni ufficiali.

In questo tempo di finzioni istituzionali e sorrisi a contratto, essere sinceri è un atto di resistenza. Forse, proprio da qui, potrà rinascere qualcosa. Non da un modulo compilato o da una delibera, ma da chi ha il coraggio di dire: “Così non va. Così non è giusto. Così non è casa.”

Nel cratere, la sincerità non è una virtù. È una necessità.

” Un elemento imprescindibile 

Per creare la comunità del futuro

Non è la forza, né l’ oro

Ma un filo umano sincero e puro

Che unisce le case , i silenzi, il lavoro.

Sincerità tra chi resta e chi torna

Nei gesti semplici senza inganno

Tra i monti la vita rinasce

Solo se il cuore ti tocca e ti pasce.

Socialità che si fa pane e parola

Che scaccia il sospetto, che vola

Un elemento imprescindibile 

La verità condivisa e ineludibile”.

    Vittorio Camacci