COME GLI INDIANI D’ AMERICA

La ragazza dietro il bancone nel piccolo bar del villaggio SAE è mora, la pelle leggermente abbronzata. La gente attorno a me parla, mangia o beve. Pian piano l’ umanità che popola il locale si fa più interessante. Il bar è pieno, birre, patatine ed altre bibite circolano in quantità e c’ è un chiasso infernale, si urlano le ordinazioni, le voci si accavallano. La ragazza del bar credo che abbia passato da poco i trenta anni, indossa jeans aderenti e sopra un maglioncino bianco scollato, quando si china davanti per porgere i bicchieri il seno fatica a non uscire dall’ ampia scollatura. Arriva la sera, il villaggio fuori sembra dormire tranquillo, il cielo è limpido e pieno di stelle, l’ aria è tersa, priva di contaminazioni, mi sento in un mondo diverso da quello che ho vissuto fino a qualche anno fa. Guardo davanti a me le montagne e le sento vicine come fossero persone a me care. Ormai qui siamo una frontiera, un luogo senza futuro. Torno a casa, mia madre già dorme nella sua stanza, apro il ” letto scomodo ” , ormai così lo chiamo, nel soggiorno-cucina e dormo come sempre il sonno dei giusti. Mi sveglio di primo mattino, colazione leggera : fette di pane tostato, marmellata di visciole, e succo d’ arancia. E’ una mattina fredda e penso a quando da piccolo stavo con gli indiani, mio padre leggeva Tex e nei film western i nativi americani erano cattivi che bramavano scalpi e pelli di bisonte. La verità l’ ho scoperta alla fine degli anni ottanta quando ho partecipato al progetto Etruschi for Apache, che poi è diventato anche un gruppo musicale, in difesa della Montagna Sacra Graham, un’ associazione nata per divulgare le vere tradizioni degli Indiani D’ America. L’ ho poi approfondita agli inizi di questo secolo, quando collaboravo per un mensile sportivo e per un periodo raccontai la storia degli indiani Tarahumara che vivevano tra le aspre montagne del Chihuaha in Messico. Famosi per la loro resistenza alla corsa che è parte integrante della loro cultura e viene utilizzata per i vari spostamenti e per le comunicazioni nei territori sconfinati dove vivono. Essi corrono per lo più scalzi, oppure indossando dei sandali fatti da loro stessi ricavandoli dai pneumatici di vecchi camion. La loro dieta è poverissima costituita principalmente da succo di mais, fagioli e piccoli roditori. Tra loro si definiscono ” raràmuri ” che significa ” pianta idonea per la corsa “. Per loro l’ uomo bianco è colui che si approfitta della gente, che non rispetta la terra, che distrugge i boschi, che desidera accumulare ricchezze personali anziché condividerle con il resto della comunità. Così scoprii cosa era rimasto dei leggendari indiani dei film western. una ferita aperta nella coscienza degli abitanti degli Stati Uniti che in pratica quasi negavano la loro esistenza. Infatti per anni essi hanno rappresentato un vero e proprio ostacolo alla nascita della più potente nazione del mondo, alla caccia all’ oro delle Black Hills, allo sfruttamento della terra, al progresso in genere. Ormai i nativi americani vagabondavano nelle riserve, vivendo con sussidi statali, occhi spenti e consumati dall’ alcool e dalle droghe, corpi non più muscolosi ma obesi, minati dal diabete dovuto ad alimentazioni errate. Un popolo invisibile che per sua fortuna aveva ancora qualche combattente che cercava di mantenere vive le tradizioni e la storia, vivendo in pieno rispetto con la Madre Terra. E proprio la spiritualità rappresentava l’ unico modo per contrastare questo declino della civiltà precolombiana. I riti, il passato, le preghiere erano la chiave per il loro futuro; vivere in pieno con i quattro elementi, cantare e pregare intorno al fuoco, le danze. Oggi noi abitanti del cratere somigliamo a loro e come loro dobbiamo imparare di nuovo ad essere una comunità, a vivere e pensare come una comunità, dove le persone si aiutano l’ una con l’ altra senza la smania di primeggiare. Le bellezze sono tutte intorno a noi, basta sedersi sotto un albero e ascoltare il rumore della natura. ” Vedi quel bosco? Ci sono decine di alberi che vivono fianco a fianco e nessuno di loro obbliga l’ altro a divenire quercia o abete. nessun albero con le proprie radici cerca di farsi largo con gli alberi vicini, seppur diversi, nella natura non c’è concetto di diverso ” . ” Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, ma non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra.” Davanti a me passano decine di autotreni carichi di legname. Una legge dello Stato sbagliata ed ingiusta permette il saccheggio dei nostri boschi. Il bosco un tempo era sacro: luogo di sussurri e di strepitii, di dialoghi incessanti, di alleanze e di scontri, di circolazione d’energia. In esso c’era il richiamo della vita, non quello della morte. Esso è un’ immensa riserva di ossigeno e di acque purissime, un mondo di biodiversità e di catene alimentari benefiche, con presenza di microorganismi, di funghi, d’insetti, di uccelli e di molti animali. la vita umana non può fare a meno di questa ricchezza, se ne deve occupare. ” Guardate nel profondo della natura, allora capirete meglio tutto “.

Vittorio Camacci

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.