LA TRANSUMANZA

” Settembre è tempo di migrare ”

Da sempre le nostre terre di montagna sono legate alla pastorizia e da sempre la pastorizia è legata a doppio filo con la transumanza, allo spostamento delle greggi e degli uomini che le conducono. La transumanza ha una storia che risale sicuramente a prima del III ° secolo a. C. . Oltre alle testimonianze archeologiche disseminate lungo le vie dei grandi tratturi ( ricordiamo ad esempio Peltuinum lungo il Tratturo Magno ) nei testi latini ci sono numerose citazioni di questa usanza che era propria già dei Vestini e dei Sabini e che, è ragionevole pensare, già caratterizzava il naturale nomadismo delle prime tribù che vivevano le terre emerse dei Sibillini e della Laga nel Paleolitico e seguivano i flussi migratori degli animali verso pascoli ancora fertili e climi più miti. Dimentichiamoci il muoverci di oggi, le auto, il navigatore che ci guida. La transumanza di un tempo è tutt’ altra cosa. Il gregge non si mette in cammino per arrivare in un luogo, ma per nutrirsi. Non è importante il quando si avanza, bensì il come. Quando non c’è più erba a sufficienza si va avanti fino a dove se ne troverà ancora. E’ proprio questo il compito principale del pastore, condurre i suoi animali da un pascolo all’ altro. La transumanza è uno spostamento tra due territori lontani e differenti, per soddisfare le esigenze di un animale che si nutre di erba. La pecora deve brucare, ruminare, brucare ancora e l’ uomo deve acconsentire questo meccanismo. La data scelta per iniziare il cammino in autunno era il 29 settembre, giorno di San Michele protettore dei pastori che nei secoli andò a sostituire il mito del Dio Eracle. per raggiungere la pianura, bisognava discendere le valli, attraversare colli e paesi a grande distanza dai luoghi di origine. Vedere il gregge che partiva e si allungava, in un morbido nastro biancastro , sulle vie sterrate era un’ emozione ineguagliabile. In Abruzzo ciò avveniva verso sud, attraverso il Tratturo Magno, una via d’erba larga 111 metri fino alle Puglie. Da noi verso ovest, per raggiungere la Campagna Romana, di solito costeggiando le antiche strade consolari per cercare pascoli non ghiacciati e climi più miti, e di nuovo verso le montagne, per tornare a casa, a maggio, alla ricerca delle preziose e profumate erbe montane. La transumanza è una tradizione antica che nei secoli ha segnato la storia e l’ aspetto delle nostre genti e delle nostre terre. Chilometri e chilometri di strade di terra che sfioravano antiche pievi e meravigliose chiese. i pastori le percorrevano a piedi e con i muli, esposti al freddo ed alla fatica, mangiando pan-cotto, ricotta ed un po’ di formaggio. La transumanza segnava il corpo ed il viso dei pastori e quello delle loro mogli che restavano sole nel periodo in cui la campagna chiedeva ancora tanto lavoro. C’erano le patate e le castagne da raccogliere, i legumi da ” battere ” sulle aie, andava ” scardata ” la lana. Erano donne forti e coraggiose, abituate alla fatica fisica. Quest’ antica canzone abruzzese descrive bene la vita delle donne dei pastori ( E’ una madre che consiglia alla figlia di non sposare un pastore, ma di sposare un contadino, che in abruzzo veniva detto : ” lu cafune ” ) .

Pecurale magna ricotta

va a la chiesa e non s’ inginocchia

nen’ze caccia lu cappillitte

pecurale sci maliditte

Se te piglie nu pecurale

filgia mia nn’ è proprie bone

jette nu pezze de fiatone

dentr’ a nu piatte ‘ngi sa magnà.

Vita dura lu pecurale

la montagna, il lupo, il tratturo,

quaie lu latte lla lu cotturo

e ‘na goccia nni la po’ pruva.

nove mesi alla romana

e tre mesi alla montagna

te porta dentre a nà capanna

tu accurata adda murì

Figlia mia , muta pensiero

muterai sorte e fortuna

nti pijate nu cafone

ca è ome de società.

Quando le greggi tornavano a maggio, si riempivano le nostre montagne del suono dei campanacci lenti, al lento dondolare delle pecore, delle voci dei pastori che si richiamavano stornellando l’ ottava rima confusi nell’ abbaiare dei cani. Pastori dal viso rugoso, segnato dal sole e dall’ intemperie, che misuravano il tempo con le lune e le stagioni camminando con la speranza di raggiungere la meta. Lavoro di patimenti ma anche d’amore, sempre a contatto con la natura, attuando l’arte casearia. La pastorizia non era un mestiere ma era anche un’ arte, una missione al cospetto del cielo, della sua clemenza e delle sue intemperie. I pastori erano sacerdoti del silenzio che lasciavano dietro una scia di odori, processioni antiche senza tempo, elogio della lentezza, file di uomini e di animali.

Abbiate cura degli animali

delle pecore, delle mucche, dei cani,

dei cavalli, dei muli, degli asini.

Sono esseri anche loro.

E’ vero hanno il pelo lungo e non sanno parlare,

ma anch’ essi hanno un’ anima.

Con quale amore i pastori curavano le pecore, gli controllavano le zampe, gli tagliavano le unghie e medicavano quelle zoppe. Le tosavano, le marchiavano. Quanti calli, quante unghie incarnite e ginocchia doloranti. Quando le giornate si accorciavano sempre di più, con il sole del mattino che faceva risplendere i colori delle foglie autunnali, ora il giallo, ora il rosso, ora l’arancio; talvolta erano giornate di umidità e brume, magari con qualche goccia di pioggia che cambiava gli odori : quello delle foglie che marcivano al suolo e si mescolava con l’ afrore della lana bagnata e dei corpi accaldati delle pecore in movimento; allora era arrivato il momento di partire. Le donne preparavano il necessario per il viaggio. Grandi ceste piene di reti ( per raggruppare le pecore di notte ) , di cucchiai e mestoli di legno, di ” calderoni ” , di calzini e ” cappe ” di lana cuciti a mano. Il mio bisnonno Vincenzo Piciacchia era un Vergaro di Pescara del Tronto, responsabile della gestione dei suoi pastori e del suo gregge ed aveva designato il figlio Paulucce, suo vice, cioè Vergaiolo con il compito di sostituirlo, in sua assenza nelle funzioni. Mentre gli altri figli Pedecuzze ed Onorato erano Butteri che conducevano la bighetta, i carretti ed i muli portando il necessario per l’ accampamento serale, i viveri, le attrezzature. Nella sua ” masserizia ” aveva poi altri lavoranti ognuno con un compito od un’ autonomia operativa come il Caciaro, che preparava il formaggio e la ricotta ; il Biscino, che aveva cura dello stazzo delle pecore, insomma una specie di mozzo di stalla a cui venivano affidati i lavori più semplici come quella di procurare sempre acqua fresca ai pastori. Egli spesso raccontava a mia nonna che i giorni di viaggio erano pesanti, si dormiva dove si poteva, spesso sotto i ponti o quando si era fortunati in qualche casale. Se durante il viaggio qualche pecora partoriva , si doveva trasportare sulle spalle l’ agnellino ultimo nato. Di solito si seguiva il tracciato della Vecchia Salaria per Antrodoco. Lì c’era la chiesetta di San Berardino da dove giravano per la montagna verso Tornimparte. Poi prendevano la Cicolana verso Carsoli. Da Carsoli si proseguiva verso Mandela e Vicovaro prendendo la Vecchia Tiburtina e alzando lo sguardo su Castel Madama arrivavano a Tivoli. Qui si dividevano dalle altre masserizie : chi andava a Torvajanica, chi a Fiano Romano, chi a Cinecittà, chi alla Garbatella che allora era tutta campagna fino al Divino Amore.

Vittorio Camacci

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